Eroi al Tramonto

17/04/2013

Sono numerosi, nonostante l' apparentemente scarso pubblico a cui possono rivolgersi, i film sulla vecchiaia. Ci sono le “buddy comedies”, cioè le commedie sugli amici, spesso cialtroni, tipo “Due irresistibili brontoloni”, “Due simpatici imbroglioni” o il nostro “Amici miei” (almeno l'ultimo della serie, all'inizio erano solo vitelloni di mezza età); ci sono malinconiche commedie, spesso di origine teatrale, più o meno drammatiche, amare o elegiache, per esempio “Sul lago dorato”, “Quei due”, “Ricordando Hemingway”, “Stanno tutti bene”, “Le balene d'agosto”; e poi ci sono i western.
Forse perché quella del Far West è un'epoca passata, quello western è un genere che bene calza a gente in declino, eroi al tramonto. Di alcuni di questi, piccoli o grandi capolavori, vogliamo parlare.

Uno dei primi registi a mettere dei “vecchietti” come eroi di un western e non come semplici comprimari è stato Sam Peckinpah, con il duplice intento, solo all'apparenza un ossimoro, di smitizzare l'epopea del West e al contempo di celebrarla in toni malinconicamente elegiaci. Il risultato è uno dei suoi film d'esordio che, sebbene ampiamente rimaneggiato dai produttori, già ci svela molto del suo autore e sa toccare molte corde, emotive ed espressive, Ride the High Country, in italiano “Sfida nell'Alta Sierra” (1962). Ne sono protagonisti un ex sceriffo e il suo aiutante, ormai ridotti a fare i buffoni da circo, e la scelta degli interpreti è quanto mai azzeccata, Joel McCrea e Randolph Scott, due volti emblematici del western degli anni '40 che ben sottolineano con una recitazione sotto le righe il disincanto dei due personaggi e incarnano la fine di un mito. Questi si ritrovano a dover trasportare l'oro di una città mineraria presso la banca a valle: il primo prende l'incarico seriamente, l'altro pensa di scappare col malloppo. A complicare i loro piani ci si mette una ragazza ribelle che vuole sposare un minatore e chiede ai due uomini di farle da scorta. Lo spirito cavalleresco di quello onesto li porterà a crearsi dei nemici inaspettati. Finirà tragicamente, ma le due vecchie pellacce rinsalderanno l'amicizia che era stata messa in crisi dal tradimento del più cinico. Ed è questo che conta nel film, e nel West. Anche se il regista si lascia prendere la mano dalla descrizione del turbolento matrimonio della fanciulla, con toni grotteschi e crudeli quasi alla von Stroheim, il cuore della vicenda sta nel ritratto dei due anziani cowboys disillusi e del loro rapporto. Il modo di raccontarlo è realistico e senza orpelli - quando uno dei due muore, l'altro si allontana salutandolo con un laconico ed emblematico “I'll see you later” con cui si chiude il film -, ma avvolto nei colori (guarda caso) autunnali e filmato in un cinemascope che esalta la grandezza della natura che circonda i due uomini e riesce a commuovere proprio per il tono di sincerità.
La solennità dell'epopea che finisce e lascia attorno solo cadaveri tocca al film più celebre e celebrato di Peckinpah, The Wild Bunch, “Il mucchio selvaggio” (1969). Come dice il Morandini, “P. è un romantico che finge di non esserlo” e Il mucchio selvaggio è uno dei film più romantici che si potessero realizzare. Una storia di amicizia, ancora una volta, l'unico mito che il regista non demolisce, anzi esalta. Ma la vera amicizia non è tanto tra i componenti della banda, legati più da uno spirito di branco che da un sentimento, bensì tra inseguito e cacciatore, perché l'amicizia va di pari passo col tradimento e il rancore, che lega ancora più dell'affetto: è il lato più virilmente sentimentale del film, che è romantico anche nel suo essere epico e pessimista. La pellicola è stata, negli anni, analizzata da tanti punti di vista diversi: da quello tecnico (la sequenza della sparatoria finale con un montaggio frenetico alternato ai rallenty che ha fatto scuola – specie nel cinema orientale moderno – ma anche la prima, lunga sequenza della rapina in banca) a quello politico, al discorso sulla violenza e la sua rappresentazione, ma si è  guardato poco all'età dei protagonisti. Il leader del gruppo, Pike Bishop, è interpretato da William Holden, che all'epoca aveva 51 anni, portati tra l'altro piuttosto malamente, come spesso accade a quelli belli; il suo antagonista è lo splendido Robert Ryan, classe 1909, a cui è dato il compito di testimoniare con amarezza la fine di un'epoca. Il “mucchio” è completato da Warren Oates (il più giovane, ma non un ragazzino), Ben Johnson (1919) ed Ernest Borgnine (1917): insomma, non sono giovani sognatori, ma dei cinquantenni stanchi e disillusi, criminali che si mettono fortuitamente dalla parte della giustizia e che affrontano la morte con un'alzata di spalle (“Why not?”). Perché se il mondo della frontiera è al tramonto (la storia si svolge nel 1914), anche i suoi eroi lo sono, dal punto di vista morale e da quello anagrafico (50 anni, nel vecchio West, sono come 70 in città). Solo dei vecchi possono essere così malinconici e votati alla morte e poi così pieni di voglia di vivere, ribellarsi e darsi alle orge: “Il mucchio selvaggio” è forse il solo western che assume i toni di certe commedie tragiche sulla terza età, e sotto la patina di rivolta contro il sedicente generale Mapeche c'è, in fondo in fondo, odore di “zingarata”.

Di poco antecedente (1967) Il mucchio selvaggio è “El Dorado” di Howard Hawks. Qui i toni sono diversissimi: nessun mito che cade, nessuna epoca che tramonta, nessuna elegia, qui ci troviamo di fronte a una garbata commedia su due vecchi amici che, mentre devono affrontare l'assedio di un gruppo di prepotenti proprietari terrieri, devono fare i conti con i propri acciacchi e l'alcol. Eppure è proprio il tono lieve che dona al film un retrogusto amaro e crepuscolare (il film, tra l'altro, è per lo più ambientato nelle ore della sera, e non pensiamo proprio che sia una scelta casuale). Si è spesso definito El Dorado una sorta di remake di “Un dollaro d'onore” dello stesso Hawks per via della struttura narrativa che prevede uno sceriffo ubriacone, il suo vecchio compagno, un pivellino e un vecchietto caricatura asserragliati nell'ufficio-prigione. Ma la differenza è notevole: il primo film realizzato era un western classico, dove la trama contava più dei personaggi, se si fa giusto eccezione per l'alcolizzato Dean Martin, e l'immancabile lato di commedia era affidato ai duetti amorosi tra John Wayne e Angie Dickinson; in El Dorado il rapporto tra lo stesso Wayne e Robert Mitchum – assolutamente impagabili e imprescindibili – diventa il cuore del film (e, addirittura, i battibecchi “sentimentali” si svolgono tra questi due rudi esemplari di cowboys), assieme alla loro età. Cole Thorton ha una scheggia nella schiena, ma anche 60 anni passati in sella e in scontri a fuoco; lo sceriffo Harrah è attaccato alla bottiglia, ma è anche sovrappeso e cammina con le stampelle. Se la sceneggiatura di Leigh Brackett (insolito che un western sia scritto da una donna) gioca di fino sui toni ironici, alla fine vedere i nostri eroi così visibilmente in declino ci comunica il senso ultimo della storia: il grande West non ha avuto solo eroi immacolati, ma persone stanche, un po' ciniche, sporche e malandate che han tirato la carretta. Anche l'ambientazione claustrofobica, in contrasto con i grandi spazi alla John Ford, sottolinea come il mito della Nuova Frontiera può essere riposto in soffitta, e un apparente divertissement si trasforma in un epitaffio.
Fondamentale, lo abbiamo detto, è la presenza di John Wayne, che sembra guardarsi dall'alto e giudicare con ironia la propria gioventù western. Wayne diventa il protagonista assoluto, quasi personaggio oltre che interprete, nello splendido, commuovente, definitivo The Shootist, “Il pistolero” , diretto da Don Siegel nel 1976: pochi giorni dopo la fine delle riprese l'attore moriva di cancro. E di cancro è ammalato anche il suo John Brook, ruvido e solitario pistolero che giunge a Carson City per regolare i conti con tre vecchi nemici prima di morire. All'inizio del film, con una perfetta mimesi tra realtà e finzione, il personaggio ci viene presentato attraverso gli spezzoni dei western interpretati da Wayne per Hawks: Il fiume rosso, Un dollaro d'onore, El Dorado. Ma non è solo questa corrispondenza tra attore e personaggio a transitare il film dal crepuscolare al funereo, da film sulla vecchiaia a film sulla morte. La storia, scandita sui giorni della settimana, è immersa in un limpido inverno e ha per protagonisti persone anziane, vedove o in punto di morte: oltre a Brooks, c'è il dottore (un toccante James Stewart), c'è lo stesso nemico numero uno di Brooks, e c'è la proprietaria della pensione, Bond Rogers (Lauren Bacall). Sipario su un'epoca e un mito? Per la città circolano già le automobili, Wayne pronuncia la parola “stronzo” e si reca al duello finale in tram. Eppure, stavolta, il Mito continua: il figlio della vedova Rogers, Gillom (un giovanissimo Ron Howard) vive nella venerazione per il vecchio pistolero, e il finale di sangue non lo farà ricredere- sebbene la pistola verrà gettata dopo essere stata usata un'ultima volta.

Prende le distanze dal mito, ma omaggiandolo con una messinscena classica e potente, il vecchio leone Clint Eastwood. A differenza di un John Wayne, Eastwood ha cominciato a far western quando la grande epopea era già finita, e in tutti i film da lui interpretati o diretti c'è sempre stata una cinica distanza e un'aria di innovazione quasi irriverenti. Con Unforgiven (“Gli spietati”, 1992) confeziona la sua opera più fordiana (non dimentichiamoci poi che il leit motiv “Siamo nel West, se la leggenda diventa realtà, stampa la leggenda”, che nel film di Eastwood viene ampiamente ribadito, ha origine da “L'uomo che uccide Liberty Valance”) e recupera quei valori – solidarietà tra gli uomini, ruvidezza e poesia della vita a contatto con la natura, l'uomo solo contro le ingiustizie ecc – che lui stesso aveva smantellato nelle opere precedenti con personaggi ambigui di cinici fuorilegge e un massiccio uso della violenza. Intendiamoci, anche qui lo sceriffo non è uno stinco di santo, la violenza regna sovrana da una parte e dall'altra, il coraggio e la forza hanno lasciato i nostri eroi o forse non sono mai esistiti, la bandiera americana pende inutile bagnata dalla pioggia ed essere un pistolero non è proprio un sogno (qui c'è il personaggio di Schofield Kid che ha lo stesso ruolo drammaturgico di Gillom Rogers). Ma ciò che rende crepuscolare la pellicola (che si apre e si chiude col protagonista, William Munny, sulla tomba della moglie sotto un cielo di fuoco – come John Wayne/ Nathan Brittles in “I cavalieri del Nord Ovest”) è il fatto che i protagonisti – Munny, l'amico Logan e lo sceriffo Little Bill – sono tutti avanti con gli anni e sognano di ritirarsi a vita privata: Munny accetta di uccidere a pagamento perché deve pagare la fattoria, non per avidità o, al contrario, per un senso di giustizia. Sono veri eroi al tramonto: alla fine della loro vita, stanchi, cinici, un po' acciaccati come il Judd e il Gil di “Sfida nell'Alta Sierra”; e al tramonto di un'epoca leggendaria in cui i buoni erano buoni e i cattivi cattivi, in cui si era infallibili con le pistole e cavallereschi con le donzelle. E non è che la gioventù vada meglio, perché Schofield Kid è cieco come una talpa, ma almeno ha ancora il suo entusiasmo: Munny, Logan, Little Bill e anche l'avventuriero Bob l'Inglese sono accomunati da un senso di disfacimento e dai reumatismi. Tuttavia, come abbiamo detto, Eastwood non rottama tutto del West e dei suoi eroi, in questo western che odora di noir, perché perlomeno salva l'amicizia.
Alla fine, tra mille acciacchi e disillusioni, è ciò che salva tutti questi personaggi che abbiamo analizzato, e quelli che lasciamo indietro per questioni di spazio (si pensi al “Grinta”, al Link Jones interpretato da Gary Cooper in “Dove la terra scotta” o al Bill Cody/Paul Newman di “Buffalo Bill e gli indiani”): l'amicizia virile, ultimo mito ancora in piedi della Nuova Frontiera.

Elena Aguzzi