I cavalieri delle onde

06/07/2012

E' probabilmente il solo sport che abbia in sé qualcosa di melvilliano.
Il surf è nato alle Hawaii alla fine dell'800, e già negli anni 20-30 era una delle attrazioni delle isole. Reso glamour alla fine degli anni '50- inizio '60 con pellicole come “Ride the wild surf” e la sua esportazione in California, subì importanti cambiamenti una decina d'anni dopo, sia nella tecnica, sempre più spettacolare e da sport estremo, sia nella filosofia di chi lo pratica, che assume contorni mistici. Oggi le spiagge di Hawaii, California, Australia, pullulano di giovanissimi, giovani e meno giovani con le loro tavole superleggere sotto braccio (così diverse dalla pesante long board del mitico Duke Kahanamoku !). Praticano il surf per divertirsi, scaricare l'adrenalina e forse un po' per mettersi in mostra, ma sotto sotto c'è sempre quell'attesa, quel mito: the Big Kahuna, l'Onda Perfetta, la Grande Occasione. A tutti capiterà nella vita di incrociarla, sarà solo per una volta e si dovrà essere lì, pronti a riconoscerla e cavalcarla.
Per praticare il surf occorre essere Uomini Veri (anche se si è donne...), sia fisicamente – forti ma agili, con grande senso dell'equilibrio e del controllo – che spiritualmente, perché è un rischio mortale avere paura, bisogna anzi essere pronti ad andare incontro al pericolo, affrontare la forza della natura, sfidare il mare, cavalcare le onde e domarle come cavalli selvaggi (la tecnica però non è quella di uno scontro, bisogna assecondare il grande mare e imparare a far tue le correnti e le serie di onde). E per amare il surf non è necessario aver avuto di fronte montagne d'acqua di 3 metri e nemmeno essersi alzati su una tavola. Può essere sufficiente avere visto i film giusti: Point Break, Riding Giants, Un mercoledì da leoni (Big Wednesday).
Diretto nel '91da Kathryn Bigelow (amichevolmente definita “una donna con le palle”: la prima e finora sola ad avere vinto un Oscar come regista), Point Break ha il merito – che per alcuni è un demerito... - di aver innalzato questo sport a filosofia di vita, nel segno di un ribellismo e rischio totale (oltre, bene inteso, ai meriti tecnici: mai la dinamicità, la pericolosità e la grandiosità del surf sono stati altrettanto bene filmati e trasmessi, e ci vengono i brividi a pensare che effetto farebbe una riedizione in 3D). Pur calcando un po' la mano per via della trama thriller, va però detto che il senso di sfida estrema è effettivamente implicito in questa attività, come detto poc'anzi, e che anzi una visione solo “fun” del surf avvilisce lo sport stesso – e rischia di far rompere una gamba a qualche stupidello che lo affronta solo per far colpo sulle ragazze. Il surf è sport estremo, vede solo te di fronte al mare o al massimo te e i tuoi amici (l'amicizia è un elemento trasversale al surf, ne parleremo), e il personaggio di Bohdi (Patrick Swayze) ha probabilmente fatto più proseliti di centinaia di spot pubblicitari per vendere tavole.
Il film più rigoroso, e per questo, strano a dirsi, eccitante è però Riding Giants, un documentario firmato nel 2004 da un surfista doc, Stacy Peralta. Attraverso una miriade di foto, filmati d'epoca , filmini di famiglia e interviste a grandi surfisti come Laird Hamilton, Jeff Clark e il leggendario Greg Noll, racconta le origini del surf e il suo boom negli anni '70 grazie alle tavole leggere, ma si concentra soprattutto, come dice il titolo, sul surf estremo di cui stiamo parlando: non scivolare sulla cresta delle onde in spiaggia, ma affrontare “i giganti” e il mare più pericoloso (per esempio la zona dei Mavericks), infilarsi nei “tubi”e vedere il surf non solo come sport ma come stile di vita. Una vita un po' da “dropout”, sempre alla ricerca di nuove spiagge, ma che ha un grande appeal – anche un sex appeal! - su molti uomini, che rivivono avventure conradiane e sfidano la monotonia della vita quotidiana, oltre che le onde.
Ma il film culto in assoluto è Big Wednesday diretto nel '78 da John Milius. “Se siete uomini – dice il critico Gianni Canova – non potete non commuovervi vedendo questo film”. Ha perfettamente ragione. Si potrebbe definire questo film dal respiro johnfordiano come “Il cacciatore” in versione surf. Non solo ha contribuito a lanciare questo sport nell'immaginario collettivo al di là dei confini del Pacifico, ma ha sottolineato un altro aspetto fondamentale: l'amicizia virile. Se è vero che di fronte alla Grande Onda sei solo, è anche vero che il surf si inizia sempre insieme, si coltiva su quella che diventa la “nostra spiaggia” e che cementa legami molto stretti perché si vivono le stesse esperienze, le stesse emozioni, gli stessi pericoli (dai quali spesso è il compagno a tirarti fuori: è una regola di sicurezza base, andare al largo con qualcuno che possa portarti a riva in caso di incidente): un po' come andare in guerra. Il film, con grande stile, racconta il tempo che passa, scandito da quattro grandi mareggiate, racconta l'amicizia tra Jack, Matt e Leroy, racconta la necessità di affrontare le onde insieme, racconta al storia di chi è stato testimone di tutto questo: una voce narrante che non appartiene a nessun personaggio ma che raccontando di loro racconta di sé, delle illusioni perdute e di quell'Occasione da cogliere. “Abbiamo fatto epoca” dicono gli amici salutandosi forse per sempre. Flaubertiano.

Elena Aguzzi