Un Sogno di oscurità e inquietudini

14/10/2009

Eraserhead ed Elephant man: i primi lungometraggi

Eraserhead. La mente che cancella, scritto, diretto e prodotto da Lynch nel 1977 , fu considerato il suo primo vero film, dopo una serie di cortometraggi. Realizzato dopo cinque anni di riprese e di montaggio, fu definito dallo stesso Lynch “un sogno di oscurità e inquietudini”: gli spazi desolati e le immagini in bianco e nero fanno da sfondo a questa rappresentazione dell’inconscio, rendendo la trama piuttosto insolita e surreale.
Il protagonista è Henry Spencer che tornando nella sua casa, alquanto triste e misera, incontra un suo vicino che gli comunica che la sua ragazza Mary vuole che lui vada a pranzo dai suoi genitori. Durante il pasto, con un pollo che perde ancora sangue e si muove, Mary spiega ad Henry di essere il padre del suo bambino ricoverato in ospedale perché prematuro. I due vanno a vivere insieme con il bambino malforme, ma Mary li lascia presto perché esaurita del figlio tormentato da malattie e sempre più sgradevole e odioso. Henry prova ad allevarlo e nella sua mente si susseguono immagini strane: una donna bionda che canta mentre calpesta vermi, o la sua testa che si stacca e viene sostituita da quella del figlio.
Un film che provoca disagio, dalle immagini forti ed intense dove il protagonista è un uomo vittima di fobie, terrorizzato dal mondo industrializzato e inquinato.
Nella sua seconda pellicola, The Elephant man, tratto dal libro di Traves (The elephant man and the other reminiscences) e da quello di Montogu (The elephant man: a study in human dignity), riprende le stesse atmosfere di Eraserhead, realizzando però un soggetto più commovente.
E’ la storia di John Merrick, soprannominato “uomo elefante” per le a sua “neurofibromatosi” che viene esposto come fenomeno da baraccone; è un film sul dolore, sulla dignità e sull’umanità che si nasconde sotto la maschera di quest’uomo. Anche qui Lynch sperimenta l’utilizzo delle immagini forti e del bianco e nero in formato panoramico, ma possiamo ben dire che siamo soltanto all’inizio della sua sperimentazione visiva, perché i lavori a cui ci sottoporrà saranno sempre più difficili da seguire.


Da Dune a Strade perdute: il percorso artistico di David Lynch

Il suo primo flop fu invece Dune del 1984, tratto dal romanzo omonimo di Frank Herbert, grande successo della narrativa fantascientifica. Fu infatti un romanzo difficile da riportare sul grande schermo, sia per la durata molto lunga della storia, sia per i monologhi presenti che per i tanti personaggi.
Nonostante Lynch non sia mai stato un appassionato della fantascienza, si dedica a questo film per la forza visionaria del romanzo e lavora alla sceneggiatura con lo stesso Herbert.
Lynch concepiva le scene come "quadri viventi", ogni pianeta e ogni casata sono stati accuratamente studiati e resi con scenografie, costumi, luci e fotografia differenti.
Per la colonna sonora furono utilizzati pezzi tratti da Beethoven, Mahler, Cherubini e dalla rock band dei Toto; la musica sinfonica e il rock, gli strumenti tradizionali e i sintetizzatori si fondono in un affascinante insieme di antico e di nuovo.
Del 1986 è invece Velluto Blu, un film sulla violenza sessuale, dove il protagonista è uno psicopatico che tiene in ostaggio la famiglia di una cantante (Isabella Rossellini) per maltrattarla.
E’ una descrizione della società americana, con toni ironici e stilizzati; ambientato a Lumberton, una tranquilla cittadina americana, assolata e semplice, Booth è il pazzo che sequestra marito e figlio di Doroty abusando di lei. Jeffrey e Sandy sono invece due ragazzi che si ritrovano coinvolti nella “relazione” tra il pazzo e la cantante, diventando così detective di questa storia.
Il film inizia in un parco, dove Jeffrey ritrova un orecchio: la macchina da presa inizia una carrellata che sembra infinita fino a mostrarci l’interno di questo orecchio, invaso da insetti di ogni tipo. Di nuovo quindi elementi organici e parti del corpo che si intrecciano tra loro in un film, a mio parere, tra i più affascinanti di David Lynch insieme a Cuore Selvaggio.
Quest’ultima pellicola, basata sul romanzo omonimo di Berry Gifford, è uno strano road movie che racconta la storia d’amore tra Sailor, in libertà vigilata e Lula, scappata di casa per sfuggire con il suo amore. Cuore Selvaggio, vincitore della Palma d’Oro al Festival di Cannes del 1990, è un film di viaggio, ma è un viaggio anomalo, che non porta in nessun luogo, come se la strada fosse una struttura narrativa che rimanda ad un percorso mentale, dove i personaggi non interagiscono mai con il paesaggio intorno, che fa soltanto da sfondo.
Il movimento è dato molto più dai flashback, dalle visioni dei personaggi che dai loro movimenti veri e propri o dall’avanzare dell’auto, come sarebbe normale in qualsiasi film dove i protagonisti sono una coppia in fuga. I vari controcampi che isolano i personaggi, ci informano proprio su come questo viaggio sia diverso dal solito, un avanzare verso uno spazio illusorio, senza nessun legame con luoghi reali.
Questo stile registico è comunque molto legato al romanzo da cui il film è tratto, Lynch infatti rispetta a pieno la non linearità del romanzo, inserendo appunto i numerosi flashback che interrompono il percorso in avanti tipico del road movie e che pongono un alone fiabesco attorno ai personaggi.
Strade Perdute è del 1997 e racconta la storia di Fred, un sassofonista di Los Angeles e un marito geloso. Una mattina trova fuori dalla sua casa una videocassetta in cui si rivede lui seduto sul letto con accanto il corpo martoriato di sua moglie Renee, che soltanto pochi minuti prima avevamo visto viva in casa. A consegnare la cassetta è un uomo misterioso che ha il dono dell’ubiquità.
E’una pellicola dove regna l’elemento surreale che crea disordine e discontinuità nella narrazione, tanto da riportarci alla fine del film, al punto di partenza, come in una struttura circolare.

Una Storia Vera: il film fuori dai suoi schemi

Un film diverso dagli altri che si basa su un fatto realmente accaduto: la storia di Alvin Straight, un contadino dell’Iowa, che all’età di 73 anni intraprende un lungo viaggio a bordo di una tosaerba per andare a trovare il fratello, con il quale non ha più rapporti da dieci anni, ma che ha avuto un infarto. E’ un viaggio attraverso l’America, attraverso una società particolarmente avanzata, vista con gli occhi di un anziano; un film pieno di riflessioni sulla vita, sulla famiglia, sulla vecchiaia.
Questo film, dove Lynch lascia da parte il suo cinema visionario, è un racconto semplice, ma con il quale il regista riesce ad ottenere l’attenzione dello spettatore, grazie alla recitazione di Richard Farnsworth (nominato agli Oscar per questo ruolo) e a quella dei vari personaggi secondari che Alvin incontra nel suo lungo viaggio.
Alvin rivive di riflesso tutte le fasi della sua vita: il momento della nascita, con l’incontro di una ragazza incinta, che lui stesso spinge a passare ad una vita adulta; la gioventù con l’incontro di due ragazzi del campeggio con i quali si siede a parlare della vecchiaia; l’età adulta, ritrovandosi in una famiglia quando il suo tosaerba gli si rompe; la vecchiaia, quando condivide con un uomo della sua età i dolori e i ricordi della guerra; ed infine la morte, quando sostando di notte in un cimitero incontra un sacerdote con il quale affronta un confronto tra idee laiche e fermezza ecclesiastica.

Mulholland Drive e Inland Empire

Servirebbero pagine intere per poter illustrare al meglio le tante interpretazioni della critica nei confronti di Mulholland Drive, mi limiterò quindi a consigliarne la visione perché come spesso lo stesso regista sostiene, i suoi film devono essere assorbiti dagli spettatori, senza troppe spiegazioni o pretese.
Mulholland Drive, del 2001, inizia con una donna molto bella (Laura Harring) che esce barcollando dai resti di un incidente d’auto avvenuto appunto sulla Mulholland drive, ad Hollywood, senza ricordarsi chi sia e perché si trovi lì. Nel frattempo molti altri avvenimenti che sembrano scollegati tra loro, si susseguono.
La confusione, il lato surreale delle cose, le risposte non date, il confine fra sogno e realtà sono gli elementi fondamentali di Mulholland Drive. E’ un enigma tra allucinazione e realtà, con un’aperta critica allo star system di Hollywood e un tocco di noir.
Potremmo dividere la pellicola in due parti: la prima è quella del sogno, mentre la seconda corrisponde alla realtà. Inizialmente il film è quasi lineare: diverte ed intriga allo stesso tempo, ma nell'ultimo quarto il costrutto si annulla, la trama esplode, si frammenta, diviene un delirio visivo al quale lo spettatore viene sottoposto.
 L’ultimo film di David Lynch, INLAND EMPIRE (primo film girato totalmente in digitale) è stato definito da molti come un’esperienza sensoriale piuttosto che un film vero e proprio,  dove pensieri liberi dell’artista si susseguono uno all’altro senza che di essi ne venga data una particolare spiegazione logica.
 Per provare a parlare di questo film potremmo mettere insieme la successione degli eventi che gli appartengono, ma si potrebbe anche semplicemente lasciarlo vedere senza nessuna spiegazione, in modo che ognuno possa reagire a suo modo a questo bombardamento di immagini e azioni che provoca uno smarrimento totale del filo logico e narrativo.
 Nella prima scena del film appaiono un uomo e una donna che, con il volto censurato, parlano in polacco; subito dopo l’azione si sposta in una camera dove una ragazza, sdraiata sul letto, piange mentre guarda una sitcom in televisione interpretata da tre conigli.
 La pellicola si dividerà tra ambientazioni diverse ed una serie inquietante di eventi dove realtà, sogno e film porteranno verso mondi paralleli, dove un foro di una sigaretta in una seta può portare da Los Angeles moderna alla Polonia degli anni ’50.

Silvia Preziosi