Il cinema si inchina a Visconti

21/03/2016

E' spirato come ha vissuto, all'insegna dell'arte, ascoltando Brahms. Luchino Visconti ci ha lasciati 40 anni fa, ma la sua impronta nel cinema, nel teatro, nell'opera sono sempre vive: perché era un grandissimo artista e uomo di nobiltà e cultura, e perché era innovativo e dirompente, proiettato verso il futuro.
In occasione dell'intitolazione della Civica scuola di cinema di Milano a Visconti, Maurizio Porro ha condotto una conversazione su di lui coi nipoti Anna, Giovanni e Luchino Gastel, i registi Filippo Crivelli e Marco Tullio Giordana e Caterina D'Amico, responsabile dell'archivio Luchino Visconti (nonché figlia della sua sceneggiatrice storica, Suso Cecchi D'Amico) per interrogarsi su quale patrimonio ci ha lasciato la sterminata e poliedrica attività artistica del conte di Modrone, ma anche per rievocarlo in maniera più personale, andando con la memoria alla ricerca del tempo perduto.
Ne viene fuori un ritratto simpatico ed inedito, stracciando alcuni “santini”: non era l'intellettuale ripiegato su se stesso come il Professore di “Gruppo di famiglia in un interno” o l'Aschenbach di “Morte a Venezia”con cui certa critica ha voluto identificarlo, se guardava al mondo passato era perché sognava il futuro, era un uomo moderno e pieno di carica vitale, affettuoso e dotato di grande umorismo. Un aristocratico moderno e coraggioso, che ha lasciato il segno in ogni campo in cui è intervenuto.
Non era un esteta decadente: è un'immagine che gli è stata cucita addosso, con intento denigratorio (?!), da quella stessa società che lo demonizzava e lo censurava, quando si è accorta che non poteva far chiudere tutti i teatri e i cinematografi in cui venivano rappresentate le sue opere (si ricordano le ridicole censure di “Rocco e i suoi fratelli” per oscenità, stessa motivazione cui a Milano è stato posto fine alle rappresentazione de “L'Arialda”, o di “Senso” per “villipendio alle forze armate”, e tante altre: persino il cognome di Rocco, Pafundi, fu corretto in Parondi perché un signor Pafundi, onorato magistrato lucano, ebbe a lamentarsene!).
Non era un “babau” e un aguzzino, anche se molti suoi collaboratori (come il regista Francesco Rosi, per esempio, ci raccontò di se stesso) ebbero talvolta delle crisi di pianto: era pronto a esporsi per i giovani che lanciava (difese l'esordiente Piero Tosi contro le critiche del sovrintendente di turno appellando pubblicamente quest'ultimo come “uomo di merda”) e si dedicava con tenerezza ai suoi attori, facendo delle prove a tavolino anche per i film e guidandoli in ogni passo.
Non era un “maniaco perfezionista”, il suo perfezionismo non aveva nulla di folle, ma era razionale e funzionale, era attento e paziente, e ha trasmesso a chi ne ha seguito le orme il suo metodo di adesione totale e studio preciso, anche di anni, per ogni opera che intraprendeva ( e il risultato è che oggi i suoi film sfidano il tempo, non capita, come con altri registi, di vedere un film in costume ma di poter indovinare comunque in che anno è stato girato per via di dettagli imprecisi – per esempio la pettinatura o il trucco di una comparsa).
Altri aspetti noti sono invece stati confermati: l'amore per la musica, quello per la famiglia, l'impegno politico (era “addirittura” comunista) e la dicotomia estetica che lo ha sempre contraddistinto – la fusione tra melò e realismo.
E l'autobiografismo? Lo possiamo rintracciare nel Principe di Salina del Gattopardo, ma per un'intuizione dell'interprete, Burt Lancaster: se voleva dare al suo personaggio un tono appunto principesco non aveva che da imitare i modi del vero signore che aveva di fronte a sé ( e, aggiungiamo noi, un vezzo dei nipoti: che chiamano lo zio “zione”, come fa Tancredi). E poi nell'episodio “Il lavoro” (fa parte di “Boccaccio 70”) dove Visconti ha mostrato, con malcelato orrore, la vita che avrebbe potuto essere la sua se si fosse sposato e si fosse occupato della ditta di famiglia...

Elena Aguzzi