Lo straniero, un Visconti ritrovato

01/05/2006

“Lo straniero” è ricordato all’unanimità (lo stesso regista la pensava così) come il film più malriuscito di Visconti. Ma alla luce del pregevole restauro, risalente ormai al 99, a cura della Scuola Nazionale di Cinema verrebbe da ricredersi o, almeno, di fare della sana revisione storica.
Dai documenti viscontiani risulta infatti chiaro ciò che ha reso calligrafico il film – e chi conosce il suo cinema sa che l’artista milanese era invece maestro nell’adattare i libri per lo schermo -: la vedova Camus.
Il libro di Albert Camus è stupendo, ma lo era anche l’idea di Visconti di raccontare la storia secondo i vari punti di vista (Mersault, assassino per stanchezza; gli amici della vittima; la fidanzata di Mersault; i poliziotti vicini di casa ecc.), con una struttura a falsh back un po’ alla Rashomon. Madame Camus invece pretese che il libro fosse rispettato alla lettera, non una parola in più né una in meno, e mise un suo supervisore di fiducia alla sceneggiatura, col risultato di ottenere un film in stile sceneggiato televisivo, e infedele nelle atmosfere e significati.
Visconti si ribellò prima, si disgustò dopo, ma fu obbligato da De Laurentiis a realizzarlo, e per di più con per protagonista Marcello Mastroianni, che è sì un grande attore, e caro al regista, ma è troppo bonario e romano per il ruolo (per il quale il regista aveva sognato il più indicato Alain Delon) e trasforma il nichilismo e l’atarassia di Mersault in semplici menefreghismo e pigrizia.

Eppure, sebbene sia nato male, “Lo straniero” è un film che vale più dei prodotti medio-alti del cinema contemporaneo. Visconti lascia la sua impronta nelle inquadrature, nei ritmi, nei colori, soprattutto nel magnifico nero nichilista in cui sprofonda il protagonista alla fine della storia
Quindi benvenuto al restauro, che se purtroppo non ha riportato, come si sperava, il film nelle sale, lo ha almeno reso accessibile in dvd, insieme a una serie di altri restauri viscontiani: Ossessione, La terra trema, Il gattopardo, Senso; ai quali speriamo che si aggiungano le rimanenti opere, per completare la filmografia.
Luchino Visconti è infatti un regista che troppi pochi critici e colleghi apprezzano adeguatamente (ci vengono in mente i nomi di Lino Micciché, Carlo Lizzani, Martin Scorsese, Michael Cimino) mentre i più, soprattutto all’estero, sono pronti a magnificare Fellini o Rossellini. Nulla contro gli altri grandi testé citati, per carità, ma ci sembra che il cinema di Visconti dovrebbe essere meglio conosciuto e non limitato a semplici cliché (quelli del melodrammatico e del decadente, oppure del neorealista, a seconda delle opere prese in considerazione), soprattutto dalle giovani generazioni, perché ha toccato punte estetiche e abissi dell’anima come forse nessun altro e, spesso, la visione dei suoi film è un’esperienza esistenziale.
Non solo esistenzialista, come “Lo straniero”.

 

Elena Aguzzi