Neorealismo e tragedia

01/05/2006

La vena melodrammatica con inclinazione alla tragedia di Luchino Visconti affiora anche nel cosidetto periodo neorealista, nel Cinema Viscontiano in bianco e nero apparentemente lontano dalla sontuosa decadenza del secondo periodo e che affonda le sue radici nella miseria quotidiana e, come sempre, nella matrice letteraria. Perfino “La terra trema”, tratto dai Malavoglia di Verga, film che forse più di ogni altro si aggiudica l’appellativo di neorealista, trabocca di passione. E le passioni viscontiane finiscono sempre con l’esplodere confondendosi ai propositi di ritratto sociale.

Due gli esempi più eclatanti: “Ossessione” e “Rocco e i suoi fratelli”. Il primo parte come una trasposizione in ambiente padano di “Il postino suona sempre due volte” di James Cain. Già la scelta di un classico americano tutto strade e polvere, con un delitto come fulcro della vicenda, dimostra la complessa e vasta formazione letteraria del regista che esordisce al Cinema quasi quarantenne e in pieno periodo bellico. Dopo l’invasione di un cinema edulcorato approda con lui sugli schermi italiani una cruda realtà fatta di miseria e di violenza che eredita non solo i climi dell’ on the road americano ma anche le atmosfere del noir francese.
Giovanna Bragana, una sfatta e perduta Clara Calamai, ha sposato un vecchio grasso e ripugnante per avere uno spaccio sull’argine del Po, per smettere di “essere invitata a cena dagli uomini” e per quello spaccio incita all’omicidio il vagabondo Massimo Girotti. Un film di luci ed ombre, di caldo e squallore, un noir nostrano come non ne furono mai più girati. E in quell’ambientazione così realistica nel dettaglio emergono accenti di tragedia shakespeariana, gli stessi che irruppero anni dopo con “La caduta degli dei” fondendosi ai motivi ispiratori di Dostojevski e della mitologia germanica. Basti pensare al rientro di Gino Costa e Giovanna Bragana allo spaccio deserto, dove il rimorso attanaglia il vagabondo ormai colpevole ormai costretto “a fare la guardia alla casa di un morto”, quasi fossero un Macbeth e una Lady Macbeth di piccola quotidiana disperazione. E anche la deliziosa scena del concorso lirico rivela quell’amore per il melodramma che fa da filo conduttore a tutta l’opera viscontiana.

“Rocco e i suoi fratelli”, ambientato in una Milano di immigrati all’inizio degli Anni Sessanta, in epoca contemporanea all’anno in cui fu girato, prende spunto da diversi racconti da “Il ponte della Ghisolfa” di Giovanni Testori e proprio dietro il ponte della Ghisolfa avviene lo scontro sanguinoso tra i due fratelli per amore della stessa donna, Nadia, la prostituta che non riesce a redimersi. Alcune pagine di Testori sono riprese alla lettera, come nell’episodio del Duilio (“Viola: il colore dei campioni e delle soubrettes”) altri abilmente mescolati in una storia immersa nelle nebbie, nelle periferie e nel sudore delle palestre di pugilato.
Una storia che però è anche una saga familiare in crescendo drammatico che arriva all’odio tra fratelli e all’epilogo di sangue nel gelo dell’Idroscalo (ricostruito in studio per problemi con la censura che all’epoca sforbiciò il film delle scene più cruente). E anche la madre Rosaria Parondi ha il volto da tragedia greca di Katina Paxinou che conferisce all’italianità verace del suo dialogo un accento drammatico in più. C’è un senso di fatalità, di destino tragico, che incombe sui fratelli giunti al Nord in cerca di un ruscatto, diverso dalla tragicità milanese dei racconti di Testori.

Così ad ogni film Visconti filtra la matrice letteraria con il proprio umore e clima personale. Come regala a Mastroianni “Le notti bianche” o arricchisce “Senso” di Camillo Boito dei dialoghi di Tennessee Williams e Paul Bowles intingendolo nel melodramma e rendendolo l’apologia di un mondo in declino.

 

Gabriella Aguzzi