Vademecum per una filmografia essenziale

16/05/2008

Luchino Visconti, nel corso di 40 anni di carriera, ha realizzato la regia di 48 spettacoli di prosa, che spaziano dal teatro greco a quello contemporaneo, sia in italiano che in francese, e che hanno lasciato il segno nella storia del teatro; di 20 opere liriche (memorabili quelle con la Callas), 2 balletti e persino una rivista. Purtroppo di tutto ciò ci restano solo foto di scena e rari spezzoni filmati: il teatro, si sa, è scritto sull’acqua.
Fortunatamente, l’artista si è anche dato al cinema: 14 lungometraggi, 3 episodi in film collettivi (Siamo donne, episodio “Anna Magnani”, delizioso; Bocacccio ’70, episodio “Il lavoro”, con Romy Schneider e Tomas Milian; le streghe, episodio, “La strega bruciata viva”, con Silvana Mangano e Massimo Girotti e l’esordiente Helmut Berger), 3 documentari (Giorni di gloria – sul processo e la fucilazione di Pietro Caruso e di Pietro Koch – Appunti su un fatto di cronaca, Alla ricerca di Tadzio) e 2 aiuto-regia (Une partie da campagne e La Tosca, entrambi di Jean Renoir).

Vediamo insieme i lungometraggi.
Ossessione (1942-43, con Clara Calamai e Massimo Girotti). “Il postino suona sempre 2 volte” in versione padana. Felice mix di noir alla francese, all’americana e di neorealismo ante litteram, in pieno fascismo. Una pietra miliare.
La terra trema (1948, con abitanti di Aci Trezza). Episodio del mare, recita il sottotitolo: tratto dai “Malavoglia” di Verga doveva essere la prima parte di un progetto a più ampio respiro. Interpretato da autentici pescatori siciliani e parlato in dialetto: se il film precedente inizia il neorealismo, qui lo si porta all’esasperazione. Ma il gusto per le inquadrature e il lirismo non sono certo da cine-verità.
Bellissima (1951, con Anna Magnani e Walter Chiari). Da un’idea di Cesare Zavattini, una dura denuncia contro Cinecittà, ma col tono della commedia. Costruito attorno alla Magnani (la maternità l’aveva costretta a rinunciare ad Ossessione), che in parte improvvisa, e regala una delle sue interpretazioni più belle
Senso (1954, con Alida Valli, Farley Granger, Massimo Girotti). Ispirato a una novella di Boito, è il capolavoro dei film drammatici e sentimentali, con per sfondo una Terza Guerra d’Indipendenza letta in chiave critica (fu anche censurato per questo!). Colonna sonora sugli scudi (la 7° di Bruckner e il Trovatore di Verdi). Ogni immagine è un quadro.
Le notti bianche (1957, con Marcello Mastroianni e Maria Schell). Al contrario della precedente, è un’operina malinconica e tutta girata in studio. Dostoevskij in versione “travet”. Un film minore, ma con un finale che strappa il cuore.
Rocco e i suoi fratelli (1960, con Alain Delon, Annie Girardot, Renato Salvatori). Si torna al realismo, con una storia privata d’immigrazione e sentimenti (e boxe) che inizia come una commedia di costume e finisce in tragedia. Ispirato a Testori, è ancora oggi ricordato per le sue traversie con la censura, che ne oscurò le scene più forti e lo vietò ai minori. Una delle pellicole girate a Milano di cui la città va più orgogliosa
Il Gattopardo (1963, con Burt Lancaster, Claudia Cardinale, Alain Delon). Dal bel romanzo postumo di Tomasi di Lampedusa , un film potente, magnifico, che ha scolpito una certa immagine della Sicilia nell’immaginario collettivo. È forse l’opera più famosa, e “completa”, di Visconti. Memorabile la sequenza del ballo.
Vaghe stelle dell’Orsa (1965, con Claudia Cardinale e Jean Sorel). A parere della scrivente, il passo falso del regista. Storia d’amore tra fratello e sorella, che vuole portare la tragedia greca tra le mura dell’alta borghesia, ma lo fa con poco nerbo. Per gli ammiratori della Cardinale.
Lo straniero (1967, con Marcello Mastroianni). Diligente messinscena del romanzo di Camus. Rinnegato dal regista, ma con un finale degno. Per approfondimenti in merito, vedi il nostro articolo monografico.
La caduta degli dei (1969, con Ingrid Thulin, Helmut Berger, Dirk Bogarde, Helmut Griem). La rinascita di Visconti dopo un periodo interlocutorio, e l’inizio della sua trilogia germanica. Splendori, crudeltà e decadenza di una famiglia tedesca negli anni ’30. Un inquietante incrocio tra Thomas Mann, Dostoevskij e Shakespeare. Disponibile un approfondimento monografico sul soggetto.
Morte a Venezia (1971, con Dirk Bogarde, Bjorn Andersen). Dal romanzo breve di Mann che racconta come un amore senile può diventare un invito alla morte, un film perfetto in ogni aspetto e dettaglio. La quintessenza del decadentismo, con una grandiosa colonna sonora firmata Mahler e una memorabile interpretazione di Dirk Bogarde . Imperdibile.
Ludwig (1972-73, con Helmut Berger, Romy Schneider, Trevor Howard, Umberto Orsini). Quattro ore di “indagine” sulla vita e la morte del Re Pazzo di Baviera, tutto girato sui luoghi reali. Straordinario per spessore il giovane Berger. Il testamento artistico e spirituale di Visconti, che si ammalò durante le riprese. Anche qui, disponibile un nostro approfondimento monografico
Gruppo di famiglia in un interno (1974, con Burt Lancaster, Helmut Berger, Silvana Mangano). Un film semplice ed intimo, tutto girato in interni: un regalo dei collaboratori per farlo tornare sul set. La sceneggiatura vuole essere al passo coi tempi ed è solo datata, ma il personaggio del professore è toccante e bellissimo, e Lancaster grande nell’interpretarlo.
L’innocente (1976, con Giancarlo Giannini, Laura Antonelli, Marc Porel). Dannunziano nel testo, nella forma e nello spirito. Come tutti i film completati postumi, però, sarebbe stato meglio non fosse stato realizzato. Visconti avrebbe preferito girare “Il piacere”, ma i diritti erano già impegnati e ripiegò su questo soggetto. Meglio comunque il film sbagliato di un grande che il film riuscito di un mediocre.

Elena Aguzzi