Arrival

25/01/2017

di Denis Villeneuve
con: Amy Adams, Jeremy Renner, Forest Whitaker, Michael Stuhlbarg

Dodici ingombranti presenze affollano il mondo, dodici mute testimonianze dell’ennesimo fallimento del mondo, della vera, tangibile incomunicabilità che, come specie, ci affligge. Sono i dodici gusci, gigantesche astronavi arrivate dal nulla, con i loro equipaggi, alieni che più non si può. Enigmatiche, immote, silenziose: ma bisogna comunicare, capirne le intenzioni. Per l’America la missione è affidata a Louise, ma parlare con Loro si rivelerà per lei molto più complicato – e rivoluzionario – di quanto lei stessa possa immaginare.
Arrival è un film a tesi, un racconto filosofico, ed anche per questo soffre di evidenti – e forse inevitabili - carenze narrative, di ritmo, anche perché non c’è trama, anzi la trama si chiude su se stessa, è una narrazione circolare, come il linguaggio grafico degli extraterrestri, come la storia personale di Louise, brillante linguista, con i giusti accrediti di sicurezza e molta, molta voglia di vincere questa sfida estrema della comunicazione.
La tesi – ben nota e conclamata - è che il problema, la minaccia ‘globale’, siamo noi, non gli alieni, anche in  questo primo “incontro”. Vittime della paranoia e della smania di potere, senza riuscire a superare la nostra xenofobia da primi della classe, noi Umanità non riusciamo a parlare con gli ‘altri’, perché non riusciamo a parlare fra noi: se questo implica cooperare e oltrepassare le barriere politiche e culturali tra i dodici popoli (e governi) destinatari del contatto.
Arrrival può dignitosamente ascriversi a quel filone della SF in cui la dimensione umana e personale, intimistica, domina sul tema ‘tecnico’: come in Contact (1997, regia di Robert Zemeckis) e nel più recente Interstellar (2014, regia di Christopher Nolan), anche qui l’unica strategia per vincere la sfida è il recupero, il ritorno a noi stessi, al passato che ci segue (in Contact) o al futuro che ci attende (Interstellar). E come quelli, anche questo film riesce a trovare una sua poesia ed una sua originalità – senz’altro rinunciando alla spettacolarità, e anche sacrificando qualcosa alla credibilità del racconto.
Ci sono, certo, delle semplificazioni, forse anche delle banalizzazioni.  Ma per fare un buon racconto occorre sia una buona storia, che un modo seducente per raccontarla, un punto di vista personale, originale. Arrival riesce in questo, a raccontare con garbo e leggerezza l’atmosfera ed il clima di attesa, di speranza in cui il superamento della differenza, dell’alienazione di chi è troppo diverso, e quindi la possibilità di una comunicazione, di un contatto autentico, sono solo possibili comprendendo quel che dentro di noi si agita e ci aspetta, come il nostro futuro.
Se certo non lascia storditi per i postumi da adrenalina, o soffocati dalla troppa ricchezza visiva, Arrival riesce allo scopo e non tradisce le aspettative iniziali, mostrandoci a monito la scelta finale della protagonista: non si può aspettare che sia troppo tardi, occorre a rischiare: di vivere, di soffrire, e, soprattutto, di comunicare.
Da vedere, soprattutto perché non è Independence Day

Voto: 7,5

Davide Benedetto