Autopsy

09/03/2017

di André Øvredal
con: Emile Hirsch, Brian Cox

Stephen King ha definito questo film “horror viscerale che si avvicina ad Alien e al primo Cronenberg”. Nientemeno. Grandi premesse e grandi aspettative, certo, come è altrettanto grande l’imbarazzo nel contraddire il Maestro della letteratura horror più famoso al mondo.
Forse possiamo concedergli soltanto il “viscerale”, poiché la spassionata pulsione scopica del regista nel documentare con grande perizia com’è fatto dentro il nostro corpo umano è al centro di Autopsy.
Come il titolo suggerisce l’ambientazione del film è in un obitorio americano, ambientino perfetto per un horror che si rispetti. Due i protagonisti, un padre e un figlio medici che lavorano in società, rispettivamente Tommy (Brian Cox) e Austin (Emile Hirsch). Tra un’autopsia e l’altra un giorno i due sono alle prese con un caso singolare: una ragazza assassinata, Jane Doe, ritrovata sepolta interrata nel corso di un pluriomicidio. Il cadavere si presenta intatto esternamente, ma vengono rilevate inspiegabilmente lesioni interne che non sono congruenti con il suo stato di conservazione.
Nel corso dell’esame necroscopico accadono fatti terrificanti, la fidanzata di Austin venuta a trovarlo è misteriosamente uccisa in un lago di sangue, così pure il gatto di casa, ritrovato sfracellato nel condotto di areazione.Scosse e deflagrazioni, porte che si chiudono inspiegabilmente terrorizzano i due medici legali. Qualcosa di sinistro e di occulto sta venendo ad interrompere la loro routine quotidiana…Fino ad esiti disastrosi. Domanda capitale, quanto ingenua per un horror: ma Jane Doe, è veramente morta?
Non sarò così malvagio di fare spoiler di un film già abbastanza piatto, asciutto e prevedibile. Voglio lasciare almeno un 5% di entusiasmo (molto poco). La suspense lavora male e l’aspetto gotico e terrificante del film è relegato frettolosamente nella seconda parte. La preoccupazione del regista norvegese André Øvredal, al quale si è commissionato il lavoro e degli sceneggiatori americani Richard Naing e Ian Goldberg, finisce, a risultati ottenuti, per focalizzarsi con insistenza sulla dissezione della salma, con una dilatazione temporale abbastanza stancante e fuori luogo per un film di finzione.  Tra noia e disgusto, la crudezza e il realismo dei particolari anatomici avvicinano Autopsy a un documentario per addetti ai lavori più che a un horror di atmosfera.
Non basta convincerci dei meravigliosi quanto costosi effetti speciali utilizzati per costruire delle protesi posizionate sul corpo di un’attrice vera (Kelly Olwen), che recita splendidamente il ruolo della morta. Da un film così ambiziosamente progettato e concepito dagli sceneggiatori, che addirittura scomodano i polanskiani Il coltello nell’acqua e Repulsione, ci si sarebbe dovuto aspettare molto di più. Al contrario Autopsy risulta un pasticcio squilibrato che cerca di salvarsi in extremis buttando in mezzo la solita storia di spiritismo all’americana e che complessivamente non convince.
Mezzi e attori davvero sprecati. Una buona tecnica registica comunque senza dubbio va riconosciuta. Si annovera inoltre la presenza di Brian Cox, che aveva già girato Manhunter-Frammenti di un omicidio e questo è un ulteriore peccato.

Voto: 5

Carlo Lock