Chiamami col tuo nome

24/01/2018

di Luca Guadagnino
con: Timothée Chalamat, Armie Hammer, Michael Stuhlbarg, Amira Casar, Esther Garrel

E' l'estate dell'83, ed è l'estate in cui il 17enne Elio apprenderà la sua educazione sentimentale e sessuale. Il padre, noto professore di grechistica, ospita ogni estate un giovane dottorando nella sua villa nella campagna cremasca. Quest'anno tocca ad Olivier, un baldo giovanottone “all american”che subito attira l'attenzione delle ragazze del luogo, molto preparato ed espansivo ma anche un po' arrogante.
Elio è invece un ragazzo chiuso, che legge molto, suona benissimo il pianoforte, vive ovattato dagli arredi eleganti e un po' decadenti e dalla cultura raffinata della famiglia, una famiglia ebrea di sangue misto americano, francese e italiano. Col passare dei giorni però, complice il caldo, le albicocche e le pesche mature, i bagni nel fiume e nei fontanili, la sessualità di Elio si risveglia e una particolare vibrazione sembra passare tra lui e Olivier. Dapprima i due si attirano e si allontanano in una schermaglia fatta di equivoci su se stessi, finché la passione prende il sopravvento. Fino alla fine dell'estate...
Tratto dal romanzo di André Acinan, la pellicola, sceneggiata con eleganza da James Ivory (che spesso rimanda con la memoria al suo film Maurice), trasporta l'azione dalla Liguria alla Lombardia e la retrodata leggermente (anche se gli echi dell'attualità restano appunto solo echi lontani, che non importano per la crescita personale di Elio). Guadagnino gioca in casa filmando con amore Crema e i suoi dintorni (Pandino, Moscazzano, Ripalta...), ricostruendo con precisione filologica quell'anno senza cadere nella trappola dei cliché e della nostalgia, immergendosi nella musica classica e pop e omaggiando i padri putativi del suo cinema, da Visconti a Renoir, da Bertolucci a Techiné. Come nei film precedenti (Io sono l'amore, A bigger splash) la cinepresa accarezza sensuale i corpi nudi e i fili d'erba, facendo combaciare l'amore con un senso quasi panteistico della natura, ma lo fa con maggior pudore, con quella delicatezza di chi non vuole disturbare i due giovani, e gira lo sguardo verso un albero per non imbarazzare loro più che se stesso.
Piuttosto, risulta poco significativo il milieu ebraico e internazionale della famiglia, più un richiamo autobiografico che una reale necessità narrativa: e sfortunatamente il doppiaggio appiattisce le differenze linguistiche....
Non ce ne voglia il regista, ma senza la sua musa Tilda Swinton, il suo cinema sembra meno artefatto e più personale, e le sue doti nella direzione degli attori, oltre che nell'uso della cinepresa e delle scenografie, risaltano maggiormente. Il giovane Timothée Chalamat è straordinario nel dare vita al personaggio di Elio, e il successo personale in questo film  - che, quasi sorprendentemente, ha unito giurati (Sundance e Berlinale, Bafta e Golden Globes, fino agli Academy Awards dove ha ottenuto 4 nominations: film, attore, sceneggiatura e canzone), la critica più esigente e il pubblico di mezzo mondo – è il giusto tributo per un lavoro di cesello e introspezione che gli permette di reggere il lungo primo piano finale con una credibilità che porta alle lacrime. Michael Stuhlbarg è adorabile nel ruolo di un padre che è apparentemente chiuso in un mondo tutto intellettuale, ma che in realtà è assai più che comprensivo e amorevole. Armie Hammer è straordinariamente bello e robusto e non ti aspetti da lui tanta dolcezza e sottigliezza: come il suo Olivier lo scopri mano a mano e ti sorprende e seduce con piccoli gesti.
In conclusione “Call me by your name” è un film poetico ma non poeticistico, fatto di dettagli più che di scene madri, che odora di cinema un po' retro e che in fondo ci parla anche di un mondo finito, un'età dell'oro, l'adolescenza coi suoi primi turbamenti, le musiche nella notte che uscivano da un'autoradio, i messaggi d'amore scritti sui bigliettini.

Voto: 8

Elena Aguzzi