Cinquanta Primavere

28/11/2017

di Blandine Lenoir
con: Agnès Jaoui, Thibault de Montalembert, Pascale Arbillot

Un giorno normale, di una vita normale.
Anzi no: Aurore, la protagonista di questa piacevole commedia “à la francaise”, ancora non lo sa, ma la sua vita è ad un bivio. Separata da un ex-marito un po’ distratto, madre di due figlie semi-conviventi, Aurore naviga un po’ a margine nella vita, cercando di barcamenarsi tra il lavoro (che non c’è, e quando c’è zoppica), i deludenti colloqui di ricollocamento, le amicizie assortite ma sincere, e qualche amore senza troppa passione.
A cambiare la sua vita arriva l’incontro casuale con una sua vecchia fiamma: facendo da compare alla sua amica immobiliarista, Aurore si imbatte in Totoche: un tempo il primo amore, oggi medico ecografista, sarà proprio lui a prendere in carico gli esami della figlia maggiore di Aurore, più o meno felicemente incinta. E dovranno (e vorranno) frequentarsi, con molta voglia di tornare al loro passato, e anche molta paura – soprattutto Totoche - di ripeterne gli errori e i dolori.

Il tempo passa, e tutto cambia ma poi non così tanto, dunque, sembra dire “Cinquanta primavere” (che per la distribuzione italiana – BIM – non è malaccio come titolo). Soprattutto, certi errori non passano mai sinché, con un po’ di fortuna, non riusciamo a riviverli cambiando il finale. La bellezza di Aurore è quindi nel suo rimanere se stessa, senza farsi travolgere e senza troppo stupirsi delle piccole-grandi sorprese che le rotolano addosso: l’improvvisa gravidanza della figlia maggiore, la piccola fuga d’amore della minore, il proprietario del bar che la ribattezza “Samantha” (perché fa più scena), le notti passate a pulire uffici deserti…la vita è tutto questo, e anche di più. Non ci è indispensabile la grandezza o l’attonita meraviglia, per essere umani, e al limite anche felici.

“Cinquanta primavere” non è certo un film a tesi, eppure a suo modo  finisce per impersonarla, declinata nelle vicende e nei dialoghi che cuce assieme. La vita? La vita è quello che è, quello che capita. Al limite, l’unica cosa che aiuta è rimanere fedeli a se stessi, al meglio che si può. E riprendere fiato, quando si può.
Il che non vuol dire che non ci sia spazio per l’amore e la passione, quando si può.

Lo stile della narrazione, del film, è conseguente, in buona coerenza: gli episodi si intrecciano e si incrociano con la tranquilla casualità della vita reale (per esempio, la nostra), nulla di sensazionale o di esilarante. I personaggi sono tutti…non sottotono, no, e soprattutto non sopra le righe: sono credibili, verosimili, senza esibizione di grandi emozioni. Potrebbero non essere attori, potremmo essere noi.

Perciò, “Cinquanta primavere” inizialmente lascia un po’, se non delusi, perplessi: perché non riusciamo facilmente a collocarlo: non è esilarante, non è una parodia. Non è un dramma indimenticabile,  non ‘ospita’ interpretazioni memorabili, non tratteggia personaggi indimenticabili. Potremmo essere noi, ecco, tutto sommato siamo forse noi: ad essere al centro del racconto, a specchiarci inconsapevolmente nei piccoli accidenti della vita, della quotidianità, essere noi a ‘rimpatriare’ per un giorno tra i liceali che eravamo, essere noi a registrare su obsolete audiocassette il nostro messaggio d’amore (come arrotolare – neanche fossero una vecchia pergamena - le proprie speranze nella bottiglia da affidare alle onde…delal vita). Anche il linguaggio visivo è essenziale, asciutto, senza sorprese.

Insomma, “de te fabula narratur”. Piaccia o non piaccia, “Cinquanta primavere” racconta quietamente e forse un po’ ruvidamente una storia come tante, come le nostre. C’è posto per la tenerezza, qualche piccola sorpresa e una buona dose di ironia. Non fa faville (e temo non ne farà neppure al botteghino) ma è un piccolo film onesto.

Voto: 6,5

Davide Benedetto