Cold War

19/12/2018

di Pawel Pawlikowski
con: Joanna Kulig, Tomasz Kot

Non è un film facile, “Cold War”: girato in bianco e nero, in un insolito formato “quadrato” (1:1,33), frammentario nello svolgimento, con ampie eclissi narrative segnate da black out dello schermo, può sembrare un film freddo, didascalico, con rimandi al neorealismo italiano.
A ben guardare però, la tormentata storia d’amore tra la giovane Zula, apprendista cantante folk nella Polonia sovietica, e il più maturo direttore Wiktor, tutto è tranne che didascalica, documentaristica: allude, sottintende, lascia intravedere le passioni e le emozioni dei due protagonisti, con una narrazione ermetica, poco scenografica, ma precisa, fedele all’epoca e alle atmosfere fredde e trattenute del primo dopoguerra sovietico. Gli anni del Comecon, dell’Internazionale Socialista prima, e della Cortina di ferro poi: anni di una politica culturale sottile e pervasiva, di allineamento intellettuale, di sacrificio della personalità, dell’individualità, agli ideali comunisti, alle esigenze sociali, alla politica del Partito.
Non c’è posto per l’amore di Zula e Wiktor in questi anni, così come non c’è posto per le emozioni sincere, dirette, esplicite: tutto è filtrato, annacquato, incupito dalle logiche di conformismo, di indottrinamento onnipresente: un po’ ingenue, viste oggi, un po’ cartonate e al limite anche lacere, come il ritratto di Stalin telonato, che fa da sfondo al coro che intona l’Internazionale, calato con l’arganetto a mano dall’inserviente di scena. Ma sempre presenti, ubique, in ogni momento, in ogni scena, in ogni sguardo.
È’ l’atmosfera soffocante, claustrofobica già vista ne “Le vite degli altri” (Florian Henckel von Donnersmarck, premio Oscar nel 2006), e ancor prima tratteggiata con sarcasmo graffiante tra le pagine de “Il Maestro e Margherita” (Michail Bulgakov, 1967): la stessa onnipotente, onnipresente e stolida burocrazia culturale, lo stesso azzeramento delle emozioni, la stessa invadenza ideologica, declinata per il “popolo” in mille modi, in mille sfaccettature, che rimandano solo l’immagine del potere, paternalistico e assoluto.
D’altra parte Zula è troppo ambiziosa, e Wiktor troppo idealista, perché il loro amore possa trovare uno spazio nel mondo, e nel loro stesso mondo emotivo. Lei insegue una carriera come cantante e ballerina, corteggiata dal potere e dai suoi burocrati disanimati, come l’impresario Kaczmarek, che finirà per sposare, pur di salvare Wiktor dal gulag. Una carriera che diventa rapidamente internazionale (ambasciatrice della cultura popolare dell’Est), e che la porterà a Parigi, ancora a fianco di Wiktor (e nel letto del suo amico editore).
Wiktor invece asseconderà il proprio desiderio di libertà, passando da solo la linea invisibile di demarcazione tra Oriente e Occidente, fuggendo all’Ovest, verso una vita migliore, per trovarsi poi a suonare negli scantinati jazz della ville lumiére. Ma il suo idealismo finirà per travolgerlo di nuovo, questa volta coinvolgendo la stessa Zula: tornerà da apolide in Polonia, per tornare a lei, ma il gulag che lo aspetta non sarà ancora il capolinea, che li aspetta entrambi poco più avanti, ancora più definitivo. L’ultima fermata è, per Zula e Wiktor, una fila di pillole da spartirsi, un crocevia di campagna, una panchina sul tramonto.
Scabro, a tratti spigoloso nel linguaggio visivo, senza sconti né scivolate sentimentali, “Cold War” è un racconto di sentimenti in un’epoca senza emozioni, allude, più che parlarne, a sentimenti e legami che non trovano posto e accoglienza negli stessi protagonisti. Non lascia indifferenti, ma non lascia soddisfatti, satolli di belle emozioni: nei chiaroscuri e nelle ombre del suo bianco e nero, nella cornice ben visibile del suo schermo quadrato restano irrisolte – come nella vita reale - troppe domande e troppi rimpianti per dimenticarsene facilmente.

Voto: 7,5

Davide Benedetto

Le Mura dell'Incomunicabilità così uguali e sempre diverse. Come quelle che dal 1961 divisero uno stesso popolo a Berlino o quelle altre della sostanza delle nuvole ma ancora più ferree e impenetrabili, edificate per gli umani dalla Dea Psiche. Entrambe queste barriere, concrete dure invisibili, sono descritte con magistrale sapienza slava in "Cold War" di Pawel Pawlikowski, dal 20 dicembre nelle sale italiane, con interpreti Joanna Kulig e Tomasz Kot. La nuvola a doppia seduta si forma in Polonia nell'immediato dopoguerra, quando l'estroso, anonimo funzionario di partito Kaczmarek decide di incaricare una coppia di studiosi, Irena esperta di canti e danze popolari e maestra di ballo, e Wiktor musicista dotato e direttore d'orchestra, di battere la campagna polacca e le zone depresse dell'interno per raccogliere testimonianze dal vero sugli usi e costumi locali, come canti folkloristici e composizioni poetiche. Tra le candidate selezionate per costruire il primo coro di danze e canti popolari della Polonia liberata c'è anche la bella e intrigante Zula, della quale Wictor si innamorerà perdutamente ricambiato alla maniera strana di lei.

Il coro a cui i due artisti danno vita come altrettanti angeli del pentagramma risulta talmente perfetto da guadagnarsi immediatamente la stima dei nuovi politici che contano, nella cultura comunista di allora. Per i quali, però, l'arte non può essere "pura", come vorrebbe Irena, ma deve in qualche modo prestarsi al servizio della causa del socialismo reale di Stalin inventandosi canti, rime e note di cui il popolino di campagna non aveva mai immaginato facessero parte della propria cultura legata alla terra e al volersi bene delle persone semplici. Così, immediatamente la sovrastruttura ideologica si mangia il creato, anteponendo le sue verità posticce a quelle senza tempo della Natura, dei frutti della terra e dei boschi. Ci si comincia a guardare negli occhi ma la passione d'amore si vela immediatamente del sospetto dello sguardo che ti spia in nome del Partito. Al tempo in cui il Muro non stava ancora in piedi, in quegli inizi di anni 50, era possibile andare in tournèe a Berlino Est per far ascoltare il complesso corale della Polonia di eccezionale perfezione e bravura (qui la strepitosa fotografia in bianco e nero di Pawlikowski coglie i profili dinamici dei volti delle ragazze che danzano come farebbe un Balla o un Boccioni), per poi passare il confine tra le due Germanie con una semplice valigia di cartone pressato senza che nessuno ti chiedesse nulla.

Così Wictor passa dall'altra parte ma senza Zula che rimane intrappolata nel suo mondo e nella sua Polonia senza libertà. Il problema però è che l'amore vero, quello che colpisce duro come farebbe il pesante martello del cavatore sul blocco monolitico del  marmo bianco di Carrara, non demorde. Anzi, più grande è il momento con cui la mano impugna l'asta del maglio, più il destino continua a far volteggiare verso il cielo schegge e scintille di nostalgia e ricordo struggente, fino a demolire le certezze dell'una e la vita bohemienne dell'altro, asserragliato nella sua mansarda di Parigi e impegnato a suonare per scelta o per bisogno in un concertino jazz all'interno di un piccolo locale fumoso, con le mura sudice e scrostate. Rivedersi, amarsi di sfuggita tra una tournèe e l'altra del coro di Varsavia; vivere insieme in Francia per qualche tempo e per imparare a odiarsi. Perdersi e poi ancora ritrovarsi in un gioco perverso di chiari e di scuri, di fiumi d'alcool, di tabacco e di compagnie sempre sbagliate, per poi capire infine che i loro fiori non si sciolgono: semmai si recidono da se stessi dalle proprie radici, per afferrare quell'amore eterno impossibile in vita. Molto bello, senza alcun dubbio.

Voto: 8

Maurizio Bonanni