Eight Days a Week

18/09/2016

di Ron Howard
con: The Beatles

Dopo l'approfonditissimo speciale della BBC “Antology” e la monografia su George Harrison “Living in a Material World” sembrava impossibile poter raccontare ancora i Beatles, di cui si è ormai visto, sentito e detto tutto. Invece Ron Howard ha vinto la scommessa. Non solo lui e gli altri produttori (Nigel Sinclair, Scott Pascucci e Brian Grazer) sono riusciti a scovare immagini e nastri inediti, ma sono riusciti a proporci qualcosa, se non di nuovo, perlomeno di fresco, bello e simpatico come i suoi protagonisti. Perché il film non ci racconta tutta la storia di, non possiamo dire “ascesa e caduta” perché caduti i Beatles non sono caduti mai, ma perlomeno crisi personale – con la morte di Brian Epstein, l'arrivo di Yoko Ono, le individualità che cercano spazio ecc; “Eight days a week” ci racconta solo gli anni dei tour, soffermandosi in particolare su quelli americani (1964, 65 e 66), cogliendoli durante la loro (e nostra) “età dell'innocenza”, quando a trionfare, accanto alla beatlemania, era l'amicizia. Era l'epoca delle armonie limpide e dei testi semplici, delle 21 settimane con l'album al primo posto delle classifiche, dei concerti con 50.000 spettatori affrontati con un impianto sonoro poco più che domestico, dei 250.000 fans che arrivavano all'aeroporto ben prima che i social network chiamassero “alle armi”. Era l'epoca in cui i ragazzi erano uniti, spontanei, rivoluzionari senza nemmeno rendersene conto (per esempio quando alla prospettiva di un concerto dove i neri d'America sarebbero stati segregati, i quattro dissero “non se ne parla nemmeno, in Inghilterra non esiste la segregazione” e con questo fecero molto di più per l'integrazione di anni di lotta), in cui si sentivano come fratelli, o addirittura una sola persona e si muovevano in perfetta sintonia. Era l'epoca in cui per incidere un disco entravi in studio alle 10 e per le 11 dovevi aver sfornato un nuovo pezzo: le prime sessioni di registrazione duravano dai venti ai novanta minuti, e in quel modo uscivano con un singolo ogni tre mesi e un LP ogni 6, senza mai fallire nel risultato.
Certo, poi arriva la pressione, l'”Help”, i dischi più maturi (Rubber Soul – racconta Elvis Costello: “Al primo ascolto restai deluso, erano passati di punto in bianco da concetti come < voglio tenerti la mano> a < le hanno detto da giovane che il dolore conduce al piacere?>: erano cresciuti più presto del loro pubblico” – Revolver), le famiglie, le tasse, le canne, la noia di esibirsi davanti a persone che non sentono una nota di quelle che suoni, le polemiche montate ad arte (il rifiuto di essere ospiti di Imelda Marcos, la frase che incendiò gli USA “ormai siamo più popolari di Gesù Cristo”): ma da tutto questo non si arriva alla fine, anzi nasce il successo planetraio di “Sgt. Pepper”. E poi il film chiude ugualmente con una nota lieta: l'ultimo concerto, quello sui tetti a Saville Road. E sui titoli di coda la simpaticissima voce di Lennon “Bello come finale, vero?”
Sì, bello.
“Bonus track” finale, il leggendario concerto allo Shea Stadium rimasterizzato ad hoc. E chi riesce a uscire dalla sala senza canticchiare o danzare vuol dire che ha le orecchie anestetizzate.

Voto: 7,5

Elena Aguzzi