Figlia mia

22/02/2018

di Laura Bispuri
con: Valeria Golino, Alba Rohrwacher

Film complesso e drammatico "Figlia Mia" di Laura Bispuri. La storia di tre protagoniste al femminile: due madri adulte, Tina (Valeria Golino) e Angelica (Alba Rohrwacher); materna, avvolgente e protettiva la prima; ispida come un istrice, pungente, dissacrante e autolesionista la seconda. Il Materno ventricolare, quello che parla con il cuore, e il suo Doppio uterino, biologico che parla con voce misteriosa, cavernosa e ancestrale, come quella dell’arido panorama sardo degli insediamenti preistorici, fatti di antri rocciosi e forre semi inaccessibili; di tradizione e dissacrazione; di enneatipi fobici e contro fobici, in quanto modalità diverse di interazione nei confronti di un potenziale pericolo. Dove l'uno predilige la fuga come sistema di autodifesa, mentre il secondo assume per difendersi comportamenti minacciosi e di sfida verso gli altri. Tutto questo e molto di più, sotto il profilo psicologico e psicanalitico, troverete nell'Angelica che ha biologicamente dato la vita e partorito la bimba, assistita da Tina, per abbandonare subito dopo la figlia nelle braccia della sua soccorritrice. Poi, c'è lei, la piccola Vittoria; dieci anni compiuti, quasi autistica nei comportamenti; isolata e diversa nelle relazioni con l'ambiente scolastico e le sue coetanee; introversa e amante della natura e delle sue creature, come cani e cavalli.

Vittoria, la donna in nuce, colei che diverrà molto grande da piccola, per entrambi le madri è la soluzione e il problema al tempo stesso. Lei che così piccola sarà costretta ad assistere a scene di sesso esplicito tra la madre naturale e uno dei suoi tanti amanti a pagamento (tutti, immancabilmente, fidanzati mancati), che una madre adottiva spietatamente vendicativa avrà voluto somministrarle per sottrarla alla malia di Angelica, alcolista degradata a tal punto da offrire per colazione alla sua piccola una scatola di fagioli! Poi, il mito del ritrovamento da parte di tombaroli locali di una statuetta preistorica della Grande Madre, che vale una fortuna: una piccola scultura votiva della fertilità, magnificata negli attributi femminili. Metafora preziosa per capire ciò che c'è di ancestrale e di civilizzato in questo stupendo, lacerante e insanguinato rapporto a tre. In cui il sangue vero è quello della prostituta alcolizzata e brutalizzata, sempre attiva tra un locale per soli maschi e una fattoria squatterizzata e laida, con animali da cortile e domestici, amati e talvolta bistrattati. Come la cagnetta Silvana che ha avuto l'ardire di accoppiarsi con un bastardo, togliendo alla sua tutrice un auspicato guadagno per la vendita dei cuccioli.

Ma sarà questa madre naturale così negativa a fugare nella figlioletta proprio quei comportamenti fobici e claustrofobici, come la paura del vuoto e del buio delle cavità naturali, indotti dall'altra, quella perbene che, con la sua apprensività e ipertutela crea l'insicurezza in quell'infanzia così animale, che ha da sempre fiutato la sua aria di diversa, figlia del vento, zingaresca e indomita. Il film è la storia di un'attrazione fatale e di una repulsione salvavita, che vede l'affetto di una bambina ipersensibile lacerato da due potenti forze uguali e opposte, dove la razionalità di Tina si fa assassina malgrado la statua della Madonnina, la pratica di chiesa e un marito bistrattato, di poche parole ma capace di amore sconfinato e silenzioso, che da anni aspetta paziente il suo turno: di vedere tornare Tina nel letto coniugale, anziché svolgere il ruolo di sorella maggiore dormendo nella stessa stanza di Vittoria. Poi, infine, le condizioni durissime di una vita grama e povera di una Sardegna con poco lavoro e sacrifici illimitati per la sopravvivenza. Ma, davvero, il tutto vissuto con infinita dignità e pietas anche nei confronti di una vita scellerata come quella di Angelica.

Voto: 8

Maurizio Bonanni