Glory - Non c' tempo per gli onesti

27/09/2017

di Grozeva e Petar Valchanov
con: Margita Gosheva, Stefan Denolyubov

"Glory". Ovvero "Non c'è tempo per gli onesti". L'omonimo film bulgaro new-generation dei fratelli Kristina Grozeva e Petar Valchanov, vanta come attrice protagonista una strepitosa Margita Gosheva che, dal vivo, ha mostrato doti non comuni di simpatia ed empatia, in occasione dell'incontro con la stampa romana, convocato per il 21 Settembre scorso. L'attrice (che si è detta tutto l'opposto nella vita rispetto alla protagonista Julia) ha raccontato in sintesi il modo di lavorare dei due fratelli Valchanov, che operano sul set come fosse un teatro dal vivo: spettatori casuali che vengono cooptati all'impronta per svolgere ruoli improvvisati di comparse e figuranti, recitando anche qualche breve battuta fuori copione. Tanto originale il set, che perfino la Gosheva arriva a scoprire come il marito nel film sia un suo cugino nella vita reale!  L'opera con il suo istinto e le sue atmosfere anti-glamour, con movimenti della macchina da presa che seguono i passi naturali e fanno venire il mal di mare, pur consustanziale al culto delle cineteche da parte degli intenditori, si concede indifesa al Moloch delle multisale, sperimentando la sua durata di vita e il gradimento del grande pubblico anche al Giulio Cesare di Roma, dove sarà in programmazione per una sola settimana, a partire dal 21 settembre.
Come ha spiegato la Gosheva, che nel film interpreta Julia, la responsabile delle Relazioni esterne del Ministro dei Trasporti bulgaro e sua diretta collaboratrice, nasce da un fatto vero di cronaca, ovvero il ritrovamento di un'ingente quantità di denaro lungo i binari di una linea ferroviaria periferica a opera di Zarko, un modestissimo manovale statale per la manutenzione e tenuta dei binari, onesto e sfortunato in un mondo di ladri e opportunisti. Questo core di vita vissuta è circondato da una sorta di anello di Saturno, sul quale si imposta una vorticosa danza macabra, un rituale antropofago di pura fantasia, che vede al centro gli "animal spirits" della comunicazione cinica e spietata, al servizio del potere e dei potenti, per cui lo sprovveduto, il ferroviere Zarko eroe per caso, non è altro che un'insignificante, sciocca pedina, che sta come un vaso di fiori appassiti nella composizione di una natura morta che non lo riguarda minimamente, affollata com'è di inutili comparse.
Lui è come un'effigie, un santino senza ex voto, un minuscolo ritratto all'interno di un arazzo a parete intera disegnato da altri fin nei minimi dettagli, in base a una scenografia accorta e accurata. Julia, vera maîtresse di scena, attrezza la sala della premiazione per la sua vittima come il salotto di un bordello, perché si offra impudico alle voglie e agli sguardi dei molti milioni di suoi voyer televisivi, accaniti consumatori di format che sono partoriti da sartorie invisibili, lontane dai loro occhi e da sguardi indiscreti, critici e indagatori. Poi, anche gli alfieri antagonisti che militano nel giornalismo d'inchiesta si rivelano appartenere, in realtà, allo stesso, identico Leviatano mediatico che, nel loro caso, si nutre degli scandali politici e dei suoi sospetti. Pur proclamandosi difensori degli innocenti e dei reietti, dei negati e di tutti gli umiliati dalle false democrazie, alla fine anche costoro, esattamente come i loro avversari (i comunicatori di regime) arrivano a logorare e degradare con identico e forse più mortificante cinismo i propri "testimonial".
Ed è, in fondo, un dettaglio della scenografia artificiale, voluta da Julia per raddrizzare le sorti pubbliche di un Ministro dei Trasporti particolarmente chiacchierato, a far ruotare in senso opposto a quello pianificato tutto il meccanismo della post-rappresentazione che, in teoria, era dedicato alla fecondazione in vitro della donna e moglie Julia, una Pr attempata che avrebbe voluto congelare gli embrioni per non avere ingombri nel suo brillante percorso di carriera. Il granello nell'ingranaggio sarà un vecchio orologio dai meccanismi precisi e implacabili, un "Glory" dedicato a Zarko dal padre e poi rimosso dal polso balbuziente del suo proprietario, per far posto al "premio", un cronometro digitale farlocco e impreciso.
Il suo ritrovamento diventerà un tormento per Julia e un'ossessione per Zarko, che alleva conigli in un orto assai male in arnese e vive da scapolo in una casa ancora più malandata, sporca e sciatta. Ma, da buon ferroviere, coltiva il culto della puntualità. Come va a finire? In sintesi: il buono diviene schizofrenico e il cinico perde la testa.

Voto: 8

Maurizio Bonanni