Gold - La Grande Truffa

01/05/2017

di Stephen Gaghan
con: Matthew McConaughey, Édgar Ramírez, Bryce Dallas Howard

Questa è la storia di Kenny Wells (Matthew McConaughey), quarta generazione dell’industria mineraria americana della più bell’acqua, che dopo il crollo dell’azienda paterna annaspa per sopravvivere e far sopravvivere in qualche modo l’eredità paterna. Passa le sue giornate tra i tavoli in penombra del bar in cui lavora Kay, la sua donna, ridotto a mendicare finanziamenti da improbabili piccoli investitori, ingrassato, semi-alcolizzato e intossicato dalel sigarette, sognando un impossibile riscatto.
Messo di fronte al proprio fallimento, al verde e senza più casa, decide di giocare il tutto per tutto, partendo per l’Indonesia in cerca dell’oro, in cerca del luogo magico e fecondo al centro dei suoi sogni. Riuscirà a coinvolgere Michael Acosta (Édgar Ramírez), impassibile e tenace geologo minerario di chiara fama, in un’avventura dall’esito imprevedibile, segnata da continui e drammatici successi.

Per certi versi “il ritorno della Grande Avventura”, per altri l’ennesima (credibile) storia del Sogno Americano, “Gold” (peccato per il sottotitolo, che anticipa il senso della vicenda senza aggiungere curiosità) è un film curato e intrigante, che cattura fin da subito l’attenzione, e non la molla più.
Dopo la sceneggiatura di “Traffic” (premio Oscar nel 2001) e dopo “Abandon” e “Syriana”, Stephen Gaghan si cimenta in un racconto a metà tra epico e picaresco, sostenuto da un’interpretazione stellare di Matthew McConaughey (tra gli altri in “Amistad”, di Steven Spielberg nel 1997; “Contact”, di Robert Zemeckis, sempre nel 1997; “Sahara”, di Breck Eisner nel 2005; “Interstellar”, di Christopher Nolan, nel 2014).
Matthew McConaughey, irriconoscibile nei panni del fallimentare Kenny, ostinatamente sopravvissuto al crollo dei suoi sogni di successo, ingrassato, semi calvo, la voce arrochita dalle troppe sigarette, da vita ad un personaggio sorprendentemente originale e assolutamente credibile, che attraversa con lo stesso inossidabile realismo momenti di disperato entusiasmo e guizzi di geniale seduzione.

Sempre genuino e diretto, Kenny è in fondo vittima e carnefice, vittorioso e sconfitto proprio dalla sua ingenuità. La sua assoluta mancanza di cinismo, assieme alla sua travolgente volontà di successo (“whatever it takes” è la cifra del suo rudimentale contratto fifthy-fifthy con il geologo Acosta) sembrano quindi renderlo l’antitesi del Ray Kroc, protagonista del film “The Founder”, che non esita a costruire il suo impero McDonald passando sopra alle vite e le ambizioni degli altri (i veri fondatori) con fredda lungimiranza. Eppure la motivazione e la tenacia dei protagonisti nei due film sono le stesse, solo diversamente declinate.
Entrambi segnati dalla sconfitta, non a caso verosimilmente coetanei, tutti e due seguono la propria intuizione: mentre però Ray Kroc (Mister McDonald) riesce a cogliere (appropriandosene a tradimento) il germe d’un business praticamente illimitato e totalmente nuovo, l’altro, Kenny Wells, Mister Piccone d’Oro, per seguire il suo sogno dovrà sedurre il suo partner, il giovane e reputato geologo, affascinandolo con la propria forza vitale (e autodistruttiva), così creando del tutto inconsapevolmente le premesse per una colossale truffa alle spese degli investitori.
L’epilogo sorprendente della vicenda dimostrerà la fragilità d’un mondo – quello di Wall Street – che vive di aspettative sempre eccessive, di desiderio di ricchezza e sopraffazione, e insieme però la forza, la capacità di Kelly di sopravvivere ad ogni rovescio, rifiutando la sconfitta e il fallimento.

Efficace, molto curato, coinvolgente e credibile, seppure non troppo originale nei toni, “Gold” si ispira, anzi parafrasa, la vera storia della società mineraria canadese Bre-X, protagonista d’una frode colossale e di uno  scandalo epocale in Borsa.
Questo, e la recitazione – letteralmente impeccabile – di McConaughey s’è già detto: per la ricchezza delle sfumature, per la naturalezza e coerenza del suo personaggio (per non parlare del suo trasformismo) confrontabile senza tema a certi ruoli di Al Pacino o Marlon Brando, ne fanno un film senz’altro da vedere.

Voto: 7,5

Davide Benedetto