Green Book

25/02/2019

di Peter Farrelly
con: Viggo Mortensen, Mahershala Ali, Linda Cardellini

Vincitore alla Notte degli Oscar 2019, il film sa parlare di problemi razziali con grazia e leggerezza. La sceneggiatura di Green Book, altro Premio che va ad affiancarsi a quello per Miglior Film, è un vero gioiellino. A scrivere il film, insieme allo stesso regista Peter Farrelly e a Brian Currie, è Nick Vallelonga, figlio di uno dei due protagonisti di cui è raccontata la storia.
Storia di un’improbabile amicizia che nasce nel corso di un viaggio tra due persone che più diverse non si potevano immaginare. Tony Vallelonga si ritrova a far l’autista del pianista classico Don Shirley in una tournée nel Sud degli Stati Uniti ancora impregnato di razzismo, dove il green book  è la guida che indica le strade e i motel dove la gente di colore è ammessa. Tony è di origini italiane, ha forti pregiudizi, è un uomo semplice, ignorante e grezzo quanto il suo nuovo datore di lavoro è colto, misurato e raffinato. Ognuno dei due, a suo modo, ha qualcosa da insegnare all’altro.
Molte sarebbero state le trappole della retorica nello sviluppo di questa storia, che invece scivola veloce come l’auto lungo le strade, strappando di continuo il sorriso, grazie anche alla magistrale interpretazione di Viggo Mortensen -  altra meritatissima candidatura all’Oscar, anche se sul podio ha dovuto cedere il passo a Rami Malek – rozzo, appesantito e con smaccato accento italo americano (fatevi un regalo e cercate dove gustare il film in lingua originale). Si aggiudica invece il terzo Oscar della serata, quale Miglior Attore Non Protagonista Mahershala Ali. Tanto Mortensen è estroverso, Ali, per contrasto gioca di sottrazione, chiuso ed elegante come il suo Don Shirley, ed è proprio sul loro duettare agli estremi opposti che il film trae la sua forza.
A far da sfondo l’America Anni Sessanta.

Voto: 7

Gabriella Aguzzi

Film bellissimo!
Si potrebbe incorniciare con queste due semplici parole questa emozionante produzione cinematografica frutto di una splendida sceneggiatura originale scritta a otto mani che ha saputo ben ricostruire una storia vera degli anni Sessante statunitensi tra un talentuoso pianista afroamericano dell’elegante City newyorkese e un bizzarro e pieno di geniali risorse autista e tuttofare italoamericano del basso Bronx.
Il disperato tentativo di alcuni buonisti ad oltranza radical chic italici di affrettarsi a definire semplicisticamente Green book come un film sul razzismo americano contro i “negri”, è intellettualmente disonesto quanto lapalissianamente impreciso.
È vero invece che è uno splendido film sul razzismo e sulla xenofobia (non solo statunitensi) generati dalla “paura del diverso da noi”, visti e raccontati da angolature diverse, da prospettive prismatiche che fanno capire senza lasciare alcun dubbio che il razzismo, così come la xenofobia, non è unidirezionale, dal bianco vero il nero come pregiudizialmente ed ipocritamente viene concepito da una sparuta parte degli pseudo intellettuali italici, ma ha molteplici venature e ombre pluridirezionali.
Ed è qui che nel film viene fuori l’eleganza e la raffinatezza della narrazione che sviluppa e districa con geniale maestria le molteplici prospettive del razzismo/xenofobia… dal colore della pelle alle tradizioni, dall’educazione alla cultura, dalle inclinazioni sessuali alla religione, dal cibo all’abbigliamento, dal modo di parlare al modo di mangiare, dai costumi alle origini culturali… al culturalmente scontato colore della pelle!
Ma rimane la paura del diverso il tema principale che affronta il film. E quando il diverso da noi diventa simile a noi attraverso un “percorso” di conoscenza, di scontro e di confronto, di confessioni e di emozioni, che riescono ad abbattere il muro della diffidenza pregiudiziale, tutto come per magia assume un valore nuovo, chiaro, che non può che generare condivisione e solidarietà fraterna, come alla fine dei tre mesi di “tour di concerti” in giro per gli Stati Uniti del sud accade tra l’italoamericano Tony Lip (uno splendido Viggo Mortensen) e il talentuoso pianista Don Shirley (un maestoso Mahershala Ali).
È questo il vero cuore narrativo del film che riesce ad emozionare e a far luccicare gli occhi dello spettatore per le emozioni che riesce con una semplicità disarmante a generare.

Voto: 8

Andrea Giostra