Hotel Transylvania 3

20/08/2018

di Genndy Tartakovsky
con: Animazione

“Hotel Transylvania 3” (HT3) è veramente un bel film, ma non (mi) è facile spiegarne le ragioni. Non sono i personaggi, a renderlo così piacevole: non più originali e innovativi, ma in fondo non lo sono mai stati, l’horror comico non lo ha certo inventato Tartakovsky, basti pensare alla Famiglia (Addams) oppure allo splendido “Nightmare before Christmass”. E non è certo l’animazione, ben riuscita, ma senza tecnicismi inarrivabili, e comunque ovviamente già vista nei due precedenti episodi. Forse non è neppure la storia, il plot, anche questo genere “gita sociale” lo si è già visto in tutte le salse, comiche e non, animate o…inanimate (sic).

Quello che probabilmente funziona, egregiamente ci pare, è invece l’atmosfera, lo stile: una certa leggerezza, un modo di raccontare per divertirsi, senza prendersi troppo sul serio, senza perfezionismi, in nessun ambito (dialoghi, colpi di scena, musiche, caratterizzazione dei protagonisti o coerenza narrativa).
Forse perché il cinema di animazione (o almeno: questo cinema di animazione) non deve più dimostrare niente, non ha debiti da pagare, e può quindi liberamente e soltanto divertire, divertirsi e divertirci.

E quindi ruba, saccheggia e rielabora – e questo si è notevole – senza scrupoli e senza rimpianti dall’immaginario filmico vecchio e nuovo, d’animazione e non: da cui la slanciatissima nave da crociera (la Monster Cruise Ship) su cui si imbarcano i Mostri, presa di peso da “Le triplette de Belleville” (Regia di Sylvain Chomet, 2003) , oppure la scena nel tempio perduto di Atlantide, rubata al più classico dei classici (moderni) “I predatori del l’Arca perduta” (Steven Spielberg, 1983), che qui diventa un tango appassionato tra lancio di coltelli e trappole mortali varie.

Da gustare anche il volo suicida della mostruosa comitiva sullo sgangheratissmo velivolo delle Linee Gremlins, che perde i pezzi ma non molla, con verdi e orecchiuti stewards ed hostess comunque in grado di offrire servizi di bordo molto sui generis (ricorda un po’ l’atmosfera di “Madagascar”). E sul transatlantico, tra fuochi d’artificio ed eruzioni sottomarine, il personale – impeccabile, imperturbabile, molto “british” – son tutti tonni inguainati in eleganti uniformi di bordo.

Anche qui, come in HT2, di storia non ce n’è molta: in fondo quel che c’era da dire (l’umanità – quasi la banalità - dei Mostri, il rovesciamento del pregiudizio, l’uscita dalla segregazione, l’accettazione del diverso – che diverso non è – e via via moraleggiando), è stato già detto nel primo film.
Certo, Mavis è anche troppo umanamente una madre iperprotettiva, e una figlia gelosa. E le coppie mostruose, stressate dalla prole (numerosissima e travolgente quella della coppia “mannara”: una delle gag ricorrenti nei film che funziona sempre) hanno bisogno come tutti di relax e assenza. Dennis poi, il ‘rosso’ figlioletto, sperimenta pure lui i primi (tenerissimi, riuscitissimi) turbamenti sentimentali. E quindi dov’è la mostruosità, dov’è più l’originalità?
 
Altrove, perché qui in realtà si gioca assai poco sul piano della morale, dei buoni sentimenti, e l’intreccio – che va e viene, a volte seguendo il filo (il pretesto) del racconto, a volte indugiando a giocherellare con le gags – non conta, l’importante, per noi e per i Mostri, è divertirsi. E il divertimento c’è, un po’ per le trovate effervescenti (vedi sopra), un po’ – molto – perché i personaggi escono da questa movimentata foto di gruppo, con una leggerezza e un’allegria che ci restano addosso.

Voto: 8

Davide Benedetto