I figli del fiume giallo

08/05/2019

di Jia Zhangke
con: Zhao Tao, Liao Fan

 

Presentato in Concorso all’ultimo Festival di Cannes, e passato per il Torino Film Festival, I figli del fiume giallo (江湖儿女, Jiānghú érnǚ) è la nuova pellicola di Jia Zhangke, da molti giustamente considerato il miglior cineasta in attività della cosiddetta Cina Continentale (大陆, “Dàlù”), divenuto celebre grazie al Leone d'Oro assegnatogli per Still Life (三峡好人, “Sānxiá hǎorén”, 2006) dalla nostra Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, da sempre la incontestata “porta” per la Settima Arte orientale in Occidente.

L'opera di Jia racconta la storia di Qiao (Zhao Tao), una giovane innamorata del gangster Bin, e che, trovandosi coinvolta in un combattimento tra bande locali, per difenderlo spara un colpo di pistola. Per questo finirà cinque anni in carcere. Dopo il suo rilascio, ella andrà in cerca del compagno, così da poter riprendere la vita assieme a lui, ma soltanto per scoprire che non tutto è rimasto come prima e che il sacrificio per salvarlo è stato vano. Una storia di passioni e sentimenti, ambientata nella Cina contemporanea, la quale ha attraversato trasformazioni epiche, quanto drammatiche.

Prima di procedere con una disamina prettamente filmica, al fine di meglio comprendere il senso profondo dell'opera di cui stiamo parlando, si impone necessaria una breve digressione linguistica. Infatti, nel titolo originale del film troviamo due termini che, anche nelle parole dello stesso regista, ne connotano il significato. I caratteri “江湖stanno a indicare “fiumi e laghi”. In verità, questa è solo la prima, e più superficiale, interpretazione semantica del termine. Da tempo oramai in quello che si soleva chiamare Celeste Impero, con “江湖si intende quel mondo al di fuori della sfera pubblica, e quindi dello Stato, che in Cina è tuttora una sorta di Moloch onnipresente nella vita dei cittadini: pensiamo alla graduale implementazione in corso nel Paese del Sistema di Credito Sociale (SCS, 社会信用体系, “Shèhuì Xìnyòng Tǐxì), per mezzo del quale si attribuisce un punteggio a ogni singolo individuo in base al comportamento. Da questo, è facile intuire come qualsivoglia atteggiamento non conforme alle norme imposte dal Governo di Pechino verrà sanzionato sia moralmente, che giuridicamente. Ragion per cui, ben più che semplicemente “fiumi e laghi”, i sopracitati caratteri si riferiscono al milieu, sovente criminale, degli esclusi, cosa che ci porta a una più sofisticata decodificazione del titolo scelto da Jia, come “uomini e donne della malavita”. Del resto, è proprio questo quello che viene raccontato nella trama, due persone che si amano e che vivono con grande noncuranza una esistenza da mafiosi. Certo, parliamo di una criminalità ben dissimile da quella violenta e disumana a cui siamo abituati noi in Italia, ma pur sempre di delinquenti si tratta; molto umani e silenziosi sì, eppure, parimenti a Cosa Nostra siciliana, si sostituiscono allo Stato non per motivi etici o politici, bensì per il desiderio di arricchirsi.

Tornado al film, la narrazione si apre nell'aprile del 2001, in una Cina assai diversa da quella attuale, avendo ancora larghissime e diffuse sacche di povertà e con una Popolazione poco scolarizzata, costretta a vivere spesso in condizioni precarie. Ci viene, pertanto, mostrata quella che potremmo definire una Cina profonda, riassunta dal vecchio autobus che vediamo nella prima scena, pieno di gente che fuma e chiacchiera. Rumoroso e caotico era ancora il Paese di Mezzo (中国, “Zhōngguó”) in quegli anni, ai quali sembra che il regista sia in qualche modo affezionato, magari per il fatto che la odierna società cinese è un paradossale, benché riuscito, miscuglio tra un capitalismo di stampo americano e un socialismo statalista postmaoista, col risultato di aver smarrito quella rusticità che da sempre ne caratterizza la Popolazione.

Nella città mineraria di Datong, situata nella provincia dello Shanxi, la mafia locale è guidata da Bin, insieme alla compagna Qiao. I due passano la maggior parte del tempo in una bisca fatiscente, bevendo o cimentandosi in partite di Májiàng, storico svago dei cinesi, a metà tra il nostro Mercante in Fiera e un gioco d'azzardo. Le giornate per i due amanti scorrono via abbastanza serene, fino all'episodio della incarcerazione della donna, di cui si è detto all'inizio. Da quel momento in poi, comincia il percorso di autodeterminazione di Qiao, che la porterà a viaggiare, conoscere molte persone, senza però dimenticare il proprio passato malavitoso. Effettivamente, ella durante tutto il film pare subire diversi cambiamenti, sia estetici sia personali, ma non nella sua essenza. La silente rabbia che accompagna la vita di questa donna in apparenza mite non la abbandonerà mai.

Senza remore di sorta, possiamo affermare che Jia Zhangke è un autore che tende a “imbrogliare” lo spettatore. Sarebbe a dire, che egli, ad esempio, confeziona i suoi film, ed è anche il caso de I figli del fiume giallo, in modo falsamente semplice, quando invece le opere da lui dirette risultano perlopiù ben girate, con un utilizzo sapiente dei campi e della macchina fissa; in questo, è molto simile al talentuoso e cervellotico cineasta turco Nuri Bilge Ceylan. Nondimeno, quella che Jia ci offre è una storia “piena”, ove viene prepotentemente fuori una Cina quale immensa Nazione-famiglia, concetto che sta alla radice della cultura di questo Popolo fin dai tempi di Confucio e che neppure quella che noi sogliamo chiamare la “Cesura Maoista” è stata capace di cancellare. Tale unione di stampo familistico si estende addirittura alla criminalità organizzata, che in Occidente troppo schematicamente chiamiamo “Triadi”, quando, per converso, trattasi di un sistema relazionale decisamente più articolato. Su tale argomento, segnaliamo un libro che destò molti anni fa l'interesse di René Guénon e recentemente pubblicato in italiano: Le società segrete in Cina. Origine e ruolo storico di Benoît Favre (Roma, Edizioni Mediterranee, 2019).

Un aspetto ricorrente in Jia riguarda la autocitazione, a partire da quella che è da considerarsi la sua attrice feticcio, Zhao Tao, protagonista anche nel dimenticabile Al di là delle montagne (山河故人, “Shānhé gùrén”, 2015), la quale comunque nella pellicola oggetto di questa analisi ci regala una prestazione sontuosa, essendo capace di nobilitare con la sua interpretazione la circolarità, talora pedante, di Jia, quando il suo personaggio viene “rispedito” nella zona delle Tre Gole (三峡), che pare essere una specie di ossessione per il regista. In effetti, costui anche stavolta non riesce a fare a meno di incappare in quello che reputiamo un grave errore di sceneggiatura, ossia il fare “due film in uno”, anzi in questo caso ne fa tre in uno! Ciononostante, egli riesce abilmente a ricomporre il tutto. Invero, nel cinema di Jia è costante la scansione temporale, così da poter marcare i cambiamenti avvenuti in Cina negli ultimi venti anni; di conseguenza le sue sono storie che immancabilmente ripercorrono loro stesse, e questo mette a serio rischio la linearità della diegesi. Comunque, I figli del fiume giallo è una opera forse narrativamente contorta, però armoniosamente strutturata, con solo pochissimi punti di stallo.

Come definire, in sintesi, questo film? Se volessimo fare un rimando sofisticato, potremmo accostarlo a un capolavoro della letteratura anglosassone del Novecento come The Waste Land (1922), principale scritto di Thomas Stearns Eliot. Nella sterminata desolazione umana e urbana di molti angoli della Cina, raccontando senza imbarazzo o asservimento a taluni dogmi della propaganda governativa, Jia Zhangke affresca con distaccato affetto la vita di questo “Popolo di tabagisti”. Sia chiaro che il collegamento da noi avanzato con il sofferente testo di Eliot non è affatto casuale, considerato che pure in questa pellicola, tra disperazione e il senso di una fine pronta a compiersi, palpita una polifonia di storie dal sapore poetico.

 

Voto: 6,5

Riccardo Rosati