I Puffi - Viaggio nella Foresta Segreta

05/04/2017

di Kelly Asbury
con: Animazione

Animato da un sorprendente pragmatismo, l’universo dei Puffi di Peyo (fumettista della più bell’acqua, belga come il papà di Tintin ed altri) è un po’ come tutti i microcosmi a fumetti/cartoni animati e cerca di riflettere, nella galleria di personaggi dichiaratamente omnicomprensiva (dal Puffo brontolone al Puffo Forzuto - gagliardo nell’originale – passando per il depresso, il rustico contadino e per finire al grande Puffo) le sfumature e la varietà del nostro contesto sociale.
In realtà in questo tentativo di catalogo dei caratteri umani il mondo dei Puffi (un impronunciabile “Schtroumpfs” nell’originale francofono), che pure ha una sterminata bibliografia, è un mondo stereotipo, ogni carattere è monolitico, monocorde. Tant’è che – all’inizio del film – il Puffo Quattrocchi, l’inventore del gruppo, collauda un suo macchinario in grado di ‘leggere’ la caratteristica di ognuno, che ne diventa materialmente l’etichetta, confermando così questa sorta di manicheismo caratteriale per cui ad esempio il Puffo Forzuto è solo Forzuto, senza speranza – o necessità narrativa - d’essere altro.

Agli antipodi della visione contraddittoria ma in fondo olistica della personalità rappresentata genialmente da “Inside Out”, i Puffi decompongono e separano caratteristiche individuali, ma senza individualismo. Sono animali sociali, più che una comunità, si comportano come un formicaio, in cui ciascuna formica è diversa dalle altre. E infatti le loro interazioni sono surreali, in un modo rassicurante per i bambini, irritante per gli adulti, e difficilmente gestibili dal punto di vista narrativo, perché i personaggi sembrano camminare gli uni affianco agli altri soltanto per esigenza di copione. È quindi difficile comporre una storia in un contesto in cui nulla accade: il villaggio dei Puffi è una sorta di Nirvana di nullafacenti, perché i Puffi non fanno nulla, rappresentano se stessi e basta.

Così il “Viaggio nella foresta segreta”, benché graficamente molto suggestivo ed anzi addirittura sofisticato, tanto che per molti versi l’avventura nella foresta sembra ispirarsi a molti degli effetti visivi – ed anche ad alcune specifiche scene – di “Avatar” (2009, regia di James Cameron), e nonostante lo sforzo di sviluppare una narrazione con un minimo di contraddizione Bene/Male e di articolazione conflittuale, resta sostanzialmente edulcorata, insipida, troppo legata allo stereotipo originale, quasi fosse un marchio di successo, da non abbandonare, da cui non allontanarsi troppo.

A pensarci però, l’occasione c’era. Infatti nel mondo maschilista e asessuato dei Puffi di Peyo, in cui Puffetta è l’unica femmina (incredibilmente non stalkizzata da nessuno dei suoi vicini di…fungo, troppo disormonizzati per avventurarsi oltre), l’accenno di innamoramento del Puffo Forzuto e soprattutto l’irruzione in scena di un’intero villaggio di Puffe femmine, una società di amazzoni di totale novità, organizzate specularmente (Grande Puffa - che in realtà si chiama Mirtilla - e sue accolite), potrebbero essere l’innesco per un contrasto, un bel sano conflitto, ma in realtà restano solo una pagina di catalogo, diversa dalle precedenti, questo sì, ma senza mettere in questione o modificare la natura stessa dei Puffi.

In sintesi questo “Viaggio nella foresta segreta” è soprattutto un prodotto a marchio Puffi, molto ben confezionato visivamente, con quel minimo di struttura narrativa, ma volutamente senza grandi invenzioni: come tutto il mondo dei Puffi deve soprattutto essere rassicurante nella sua uniforme fedeltà a se stesso. E  non è questione che i Puffi non esistono, è che non hanno senso.
Può andar bene per i bambini (3-6 anni), richiama un minimo anche i ragazzini (10-13 anni), ma abbiamo visto molto ma molto di meglio: vogliamo parlare di “Alla ricerca di Nemo” – ovviamente il primo film – oppure “Toy Story”, o “Bug’s life” o “Monster’s & Co”? Là c’era invenzione, sorpresa, molta onestà intellettuale, un’ironia diffusa e a tratti anche ben pepata (tanto che pure noi ‘grandi’ ce la ridevamo) e una certa dose di Poesia, qua c’è un prodotto a marchio, uno in più della serie, come un buon Cheesburger fedele al suo marchio Mac.
Se proprio insistono per vederlo, c’è pur sempre il Cinema 2 days, almeno minimizzate i danni.

Voto: 6

Davide Benedetto