Il Bene Mio

06/10/2018

di Pippo Mezzapesa
con: Sergio Rubini, Teresa Saponangelo, Sonya Mellah, Dino Abbrescia, Francesco De Vito

Zazzera in testa, abiti laceri, mani dalle lunghe dita ed unghie sporche, sempre intente a fare, fare, fare qualcosa e camminata da marionetta che articola soltanto le braccia e le gambe. Il busto e la testa si impongono invece un’altra presenza (scenica) che soltanto un attore del calibro di Sergio Rubini, poteva assumere, fermamente saldo e petroso nel guardare verso l’orizzonte di calcinacci e sogni infranti o voltando le spalle a chi ha smesso di credere in Provvidenza.
Sulle mappe geografiche di un evidentissimo sud pugliese, il paesino di Provvidenza non è citato: si tratta infatti di un nome di fantasia per identificare un minuscolo borgo i cui abitanti, un tempo, prima che un vigliacco terromoto distruggesse, senza alcun riguardo, case, persone e…memoria collettiva, vivevano felici incontrandosi al bar della piazza principale, nei vicoli semibui e odoranti di muffa o al cinema.
Qui, Elia, ha visto, un’infinità di volte, con quella che poi sarebbe diventata sua moglie, Maria,  il film “Balla coi lupi” di cui conserva la locandina maledicendo, a ragione veduta, Kevin Costner e il suo irresistibile fascino. Tuttavia Elia, custodisce tanti altri oggetti, o per meglio dire, li accumula serialmente, andando in giro da mattina a sera, a recuperarli nel ventre a pezzi di un villaggio fantasma, per poi riporli  in un carrello della spesa tale da sembrare parente di uno zingaro urbano molto sui generis. Dove  finisca quella roba  e cosa ne faccia, si saprà soltanto alla fine. Per il momento, basti sapere che dopo la morte del pastore Bartolo causata da un’ultima fatale scossa, essendo anche il suo gregge di pecore andato via, Elia è divenuto, egli stesso, un raro cimelio di Provvidenza: l’unico suo ultimo abitante ha deciso di rimanere su, in montagna, rifiutando le chiavi dell’appartamento “A 52”, a differenza della comunità  a cui appartiene che si è  trasferita  a valle con la promessa, morale e politica, mai ottemperata di ricostruire. Elia su  e Provvidenza giù non hanno smesso, però di vivere: i lutti sono più o meno stati elaborati, nelle case intonacate da poco da vivaci arancioni, dimenticando man mano  i morti collocati al cimitero oppure vengono ossessivamente rievocati, perché gli scrupoli, i senni di poi  ed altri rimpianti si scontano portando la croce dove la tragedia si è consumata.
Nessun problema sembra porsi tra due modalità di “tirare avanti” completamente diverse:  Rita (maestra elementare, collega di Maria, ora proprietaria di un bar, a “nuova” Provvidenza) si fa carico di comprare e far pervenire  regolarmente la spesa ad Elia; l’amico di sempre, Gesualdo, che ha investito nell’attività turistica come autista e guida alla buona, di viaggi organizzati va a trovarlo presentandolo immancabilmente ad Americani, Cinesi, Giapponesi come un’attrazione senza pari essendo l’ultimo ed  unico abitante di un paese che non c’è.
Provvidenza ha in effetti, nel nome e nell’unica strada dissestata e piena di buche che consente di accedervi,  un je ne sais quoi di etereo, imprendibile, evanescente,  parimenti ad  una presenza divina, quando anche Dio decide di fare armi e bagagli e seguire la transumanza del suo gregge dove non vi è rischio di crolli, o per rimanere in ambito cinematografico,  ai  numerosi set di fantasia dei film western du temps jadis. 
Eppure l’ordinanza di sgombero notificata ad Elia dal Sindaco Pasquale (fratello di Maria) da eseguire entro una settimana, sconvolge, come un sisma metaforico, le certezze di un uomo che non vuole lasciare la sua casa, la sua terra, i suoi ricordi, il bene suo.
Qui, da meridionale e precisamente lucana, ritengo doveroso aprire una parentesi relativa alla bellezza del titolo del film: in un periodo lungo oltre vent’anni, in cui la maggior parte dei film italiani è vergognosamente brutta a partire dalle di essi denominazioni spesso sciocche o troppo ambiziose e mai “normali”, Il bene mio racchiude tutto l’amore di un uomo per il suo mondo antico impastato di silenzio, canti di uccelli,  polvere, cani e gatti randagi, serpi, venti dimenticati come la Giannetta: l’espressione è infatti di chiara matrice dialettale con l’inserimento dell’aggettivo  possessivo, alla fine, dopo il nome. Un celebre esempio contrario, tanto per addurre una citazione colta e raffinata, si può leggere ed ascoltare nel duetto finale  intrecciante le voci di Don Giovanni e Zerlina, dal “Don Giovanni” scritto dal sapiente Lorenzo Da Ponte e musicato da Mozart: «Andiam, andiam, mio bene, a ristorar le pene, d’un innocente amor!» Per quanto, per ragioni metriche nella stessa aria dell’opera citata compaia anche “ben mio” («andiam ben mio da qui»), potrebbe essere convocata un’intera letteratura dialettale e non sul valore pragmatico e culturale che, nelle aree del sud Italia, assume l’inversione sostantivo- aggettivo possessivo.  Uno, fra tutti senza deviare dal film che sto recensendo, il testo teatrale di Eduardo De filippo “Bene mio e core mio” in cui il raddoppio della posposizione orienta verso un realismo  disarmante in grado sin da subito di mostrare  i rapporti umani, la loro importanza, il loro valore morale e materiale. Ogni civiltà sorge quando vi sono dei beni e le comunità resistono grazie alla condivisione del Bene.
A Provvidenza, il “bene mio” non è uguale per tutti e dall’esasperata intolleranza reciproca tra Elia e  gli ex-compaesani, nascono insanabili incomprensioni risolte nell’abbandono  dei più verso il singolo giudicato ormai matto come lo sono un po’ gli eremiti che sentenziano un ritorno alla purezza del mondo cibandosi di aria e un po’ di frutti. Elia infatti sostiene che tutti dovrebbero vergognarsi perché dopo il terribile sisma, hanno disatteso le promesse fatte a sé stessi di risalire in cima, ricostruire e continuare a vivere dove si è nati. Di rimando, i superstiti di Provvidenza gli intimano di provare vergogna, come atto di espiazione perché la sua (eroica) presenza in un mondo morto, costringendo questi ultimi, per i più svariati motivi,  a far ritorno, di tanto in tanto, tra le macerie, riporta in vita, tutti i loro reali  cari defunti e con essi il macigno di non  aver potuto operare in alcun modo per estrarli vivi. I punti di vista sono inconciliabili e la ragione continua a non ancorarsi a nessuna delle due parti in causa, fin quando, nel film, l’occhio della cinepresa che aveva sempre assunto il punto d’osservazione  di Elia, ora contempla la vita e il suo andar avanti con gli occhi della giovane Noor. Questa donna è l’icona vivente della resistenza, vittima di un’altra tipologia di “terremoto”: non un evento naturale, bensì “artificiale”  chiamato guerra che nella madre Africa semina fame ed obbliga a scappare terra marique per non morire. Noor che non conosce da mesi cosa significhi avere un tetto sulla testa, è la seconda abitante, per quanto invisibile, di Provvidenza. Si rifugia dove può, nei vani ancora  non crollati delle case dalle porte aperte. Come in ogni storia che si rispetti due solitudini così straziate e necessitate a vivere fuori dal mondo si incontreranno  e si conforteranno a vicenda. Comunicando a gesti. Parlando un esperanto di inglese, arabo e pugliese.  Mangiando un piatto di spaghetti.
Noor non vuole rimanere in Italia, perché ha attraversato il deserto e il mare per recarsi dalla sorella in Francia: fatale fu un viaggio in compagnia dell’amico Gesualdo a separare Elia dalla sua Maria che mentre la terra tremava veniva sepolta nella scuola in cui insegnava, fatale sarà il viaggio che la clandestina Noor compirà al posto di Elia sull’autobus della Gesualdo Travel per superare il confine. Un viaggio della speranza, l’ennesimo e forse l’ultimo. D’altronde la destinazione reale che farà da copertura è Lourdes, la meta prediletta dei disperati. Quando Gesualdo domanda,  coinvolto in una faccenda più grande di lui e della tranquillità agognata acquistando il bus dei suoi sogni, cosa stia facendo, Elia non ha alcun dubbio nel rispondergli “la cosa giusta” chiedendo infine,  pacificato per pochi attimi, durante  il viaggio italofranco, il rispetto,  per il bene di Noor, dell’imperativo categorico “ridi, ridi, ridi”. 
La prepotenza di una vita che non vuol morire impone ad Elia di prendersi cura di Noor, ma soprattutto di tornare ad agire, quindi a reagire, mettendo al bando la sicurezza del suo coriaceo egoismo, per far posto al coraggio di difendere l’ultima degli ultimi. Ecco dunque che accetta addirittura di passare per pazzo visionario poiché sente voci di donna, supponendo all’inizio che si tratti di Maria, sua moglie,  in procinto di comunicare con lui dall’al di là.
Del film si potrebbe continuare a scrivere, analizzando, come si faceva un tempo, con tanti bei film italiani, scena per scena, sequenza per sequenza: in un paese fantasma divorato dalla vegetazione,  in cui tutto cade a pezzi e spesso volano oggetti, è straordinariamente interessante notare come non vi sia nemmeno  un’inquadratura “vuota” cioè  priva di importanza. Nel “niente” vi è una forza fattiva capace di superare gli ostacoli più ingombranti come lo sono i macigni impastati di memoria. Nei continui primi piani e piani sequenza seguendo Elia ciondolante alla guida del suo carrello stracolmo di cianfrusaglie, il silenzio, il rumore della pioggia, il cigolio di un cancello, il belato delle pecore ecc… non sono mai casuali. Il regista conferma di sapere che in tragedie urbane ed umane come quelle vissute dalla comunità di Provvidenza o da Noor tutti hanno le proprie ragioni per smettere di ricordare o lacerarsi la mente a lucidare senza posa incubi e ossessioni, per nascondersi o uscire allo scoperto e farsi picchiare, per buttare una vecchia montatura o recuperarla e darle altra vita con un paio di lenti nuove ecc…
In un disperato avanzare o indietreggiare a seconda della valorizzazione o meno del passato e del presente in virtù di un ipotetico futuro, la storia del film ha il pregio di essere universale come conferma Cesare Fragnelli produttore della pellicola per conto di Altre Storie-Rai Cinema il quale ha dichiarato: “Crediamo, in Altre Storie, che il cinema esista anche per rincorrere i talenti  e Pippo (Mezzapesa) lo è. […]Il garbo e la leggerezza con cui si affrontano cose terribili del racconto è probabilmente il motivo più forte che ci ha convinto  a produrre Il bene mio: un film universale nelle forme, nell’esperienza e nel racconto. Ѐ così che, da subito, ha preso forma un racconto capace di parlare una lingua universale, un racconto che si e ci colloca in una dimensione della realtà, ma che ci permette anche di astrarci dalle situazioni più ordinarie. […] Proprio in  quest’ottica di racconto universale capace di incontrare un concreto interesse a livello internazionale abbiamo scelto di produrre il film di Pippo Mezzapesa. “
Oltre all’impeccabile protagonista Sergio Rubini il cui volto bruno, riarso dal sole del Meridione e segnato da rughe profonde, sembra mostrare tutte le crepe di Provvidenza e del suo cuore, degno di nota, per la pulizia e l’onesta della recitazione, è l’intero cast: dalla giovane Sonya Mellah, a Teresa Saponangelo, da Dino Abbrescia a Francesco De Vito.
Infine, ma in verità, soltanto per seminare note di prosecuzione dell’analisi in corso, metaforicamente cinematografico è il pannello posto in apertura che coincide con la prima inquadratura del film: su di esso si mostra la vecchia Provvidenza prima della tragedia, con le case di pochi piani tutte in piedi, le signore ai balconi, la chiesa, le piante e fiori a colorire i muri, i negozi ad animare il commercio e la piazza ecc…La velocità con la quale Elia arrotola la tela, facendoci comprendere il gioco beffardo  a cui si presta, accogliendo i turisti e noi spettatori, con il massimo degli onori,  mostrando un sogno di bellezza e pace ormai infranto, nasconde una  violenza perpetuata o subìta, identica  a quella del terremoto che in un attimo ha distrutto tutto.
L’ultima inquadratura, non da meno, ci suggerisce un finale aperto, anzi spalancato come il cancello della scuola elementare davanti al quale Elia attende che lo vengano a prendere…Arguto e furbo, o semplicemente sensibile e addolorato all’inverosimile è lui a “prendere” e rapire tutti gli abitanti di Provvidenza giocando loro un tiro mancino a base di ricordi che da solo vale mille elogi al film.
Sarà così infatti che “Il bene mio” diventerà il bene di tutti, il bene nostro o  di chi saprà correttamente vedere ed  apprezzare una pellicola di sublimi rovine.

Voto: 8

Mariangela Imbrenda