Il Drago Invisibile

10/08/2016

di David Lowry
con: Bryce Dallas Howard, Oakes Fegley, Wes Bentley, Karl Urban, Robert Redford

Ci sono, nel profondo dei boschi, cose meravigliose e sagge, come ci sono, nel profondo di noi stessi, cose meravigliose e sagge: e occorre prendersi cura delle prime e delle seconde. Il lascito di questo film, rispettoso e rispettabile remake di Elliott il drago invisibile (1977, per la regia di Don Chaffey), è proprio questo.
E il provvidenziale incontro tra l’orfano fresco di tragedia Pete (di anni sei) ed il curioso e giocherellone gigante peloso (ehi un momento! ma i draghi non erano coperti di scaglie?)  di metri sei (o più) è fin da subito il centro della storia. Perché Elliott non è un pelouche coccoloso formato king size con cui baloccarsi per poi ficcarlo in un armadio e non è l’amico invisibile di Pete, Elliott e Pete sono amici, punto e basta.
Per noi adulti accompagnatori c’è anche dell’altro, perché Elliott (almeno, questo Elliott) è molto di più: è l’Altro, quello che abita le nostre zone oscure, selvagge, l’Altro che viene intravisto più che visto, temuto e odiato se non cacciato.
Ma questo drago selvaggio non è, semmai ingenuo, schietto. Ha le sue emozioni, le sue paure: è felice di giocare con Pete (anche se nel farlo demolisce mezzo bosco), soffre quando si sente abbandonato, s’arrabbia e sputa fuoco quando viene minacciato. Ma si ferma, se a chiederlo è un amico.
Il momento più bello, forse centrale nella vicenda, che forse passa un po’ inosservato, è proprio un altro incontro, non più casuale ma provocato da Pete: quando guida i suoi nuovi amici alla tana di Elliott e conduce il drago fuori con sè, perché loro lo vedano e capiscano. La paura iniziale che li immobilizza, trascolora: nella meraviglia, nel desiderio di crederci, di poter così andare oltre la propria quotidiana e inossidabile razionalità, e nella carezza (da cui la necessità del pelame anziché le squame…).
Un drago nel ventunesimo secolo, un drago che può diventare invisibile a volontà sua, un drago per di più gentile e generoso: come crederci? Eppure crederci è l’unica possibilità per capire. Chi siamo e soprattutto da dove veniamo, cosa ci portiamo dentro. Perché i draghi sono leggende, e le leggende sono fatte di simboli, di archetipi, e i simboli sono le chiavi per capire noi stessi: un secolo tondo tondo di psicanalisi docet.
Ricordiamo, tra gli altri, un momento simile, un incontro analogo: lei era Jamie Lee Curtis, lui un enorme gorilla, intorno c’era non il bosco, ma uno zoo inglese con grossi problemi economici, il film era un piccolo film, che ormai ha quasi vent’anni, Creature Selvagge (Fierce Creatures, 1997, di Fred Schepisi e Robert Young).
Anche se con qualche smagliatura narrativa e, soprattutto all’inizio, un po’ goffamente, Il drago invisibile si rivela quasi immediatamente un film ben diverso dal suo predecessore. Certo, in un certo senso deve sottostare ai meccanismi narrativi del cinema per i piccoli, con obbligo di lieto fine e finalissimo. Ma riesce ugualmente a dire dell’altro: c’è poesia, anche in una narrazione un po’ stereotipata per dovere d’ufficio,  c’è un senso di riconoscimento e di accoglienza, assieme ad una recitazione di buon livello ed effetti speciali (l’abbiamo visto in 3D) che se pur non sorprendono reggono degnamente la prova.
Aspettando la fortuna di un incontro simile con l’Altro (da condire con la capacità di riconoscerlo, e accoglierlo) possiamo comunque goderci questa piccola storia.
Da vedere con basse aspettative, darà di più

Voto: 7

Davide Benedetto