Jackie

21/02/2017

di Pablo Larrain
con: Natalie Portman, Peter Sarsgaard, Greta Gerwig, Billy Crudup, John Hurt

Splendide Mendax. Una definizione oraziana che si addice, alla perfezione, alla protagonista dell’ultima pellicola di Pablo Larraìn intitolata semplicemente Jackie, perché nessuno avrebbe dubbi  nel collegare  questo abbreviativo alla ventinovesima first lady degli Stati Uniti d’America: Jacqueline Lee Bouvier Kennedy Onassis.
Pur afferendo al genere biografico, il film non racconta  e non ricostruisce, in maniera convenzionale e didascalicamente cronologica, la vita di  Jacqueline Bouvier in  Kennedy riscrivendola con un piglio da accanito storico e cronista, ma la fa emergere pian piano, nel pieno rispetto della sensibilità e grazia di cui era portatrice la protagonista reale ed è quella cinematografica interpretata da una Nathalie Portman anche questa volta meritevole del premio Oscar.
A onor del vero, prima di addentrarci in un discorso tecnicamente critico, occorre menzionare che  Jackie oltre al suo  magnifico cast perfetto dall'inizio alla fine  ha visto recitare per l’ultima volta l’attore John Hurt nel ruolo ostico ed irritante del prete  a cui saranno consegnate le più intime confessioni ed amare riflessioni della vedova Kennedy. Saranno le parole del prelato a fare da silloge al film dichiarandosi consapevole unicamente di non avere risposte ad eccezione delle sibilline parole di Cristo relative alla “parabola del cieco dalla nascita”.
Ed è proprio la vita di una donna nella sua parentesi di vedovanza (prima di unirsi nuovamente in matrimonio con l’armatore Onassis) che Pablo Larraìn ha desiderato “indagare” ossia provare ad immaginare, nel senso vero e proprio di produrre una serie di immagini su quell’inarrestabile moto di trasformazione di un funesto fatto di cronaca in  autentico  mito, realizzato “sfruttando” un’intervista rilasciata al giornalista premio Pulitzer Theodore White. Un’idea di sceneggiatura ingenua soltanto in apparenza.
La ormai ex First Lady si costringe a concentrare le sue risposte   focalizzando la memoria su  alcuni momenti fondamentali  vissuti in coppia con John Kennedy. In sostanza tre: la preparazione, a mo’ di  dietro le quinte  del  programma televisivo A tour of the White House with Mrs. Kennedy, trasmesso  dalla CBS,   dalla NBC e quattro giorni più tardi dalla ABC  il giorno di San Valentino del 1962; la parata di Dallas del 22 novembre 1963, durante la quale alcuni colpi di fucile ferirono  mortalmente il trentacinquesimo presidente degli Stati Uniti d’America   ed infine  il sontuoso funerale di stato del 25 novembre 1963.
Un percorso narrativo classico: inizio ( più che normale, da fiaba), centro (spannung e tragedia) e fine (tentativo di ricostruzione di una vita, a parole, normale). Un rapporto che la m.d.p. ha con Jackie degno, per un confronto, con Quarto Potere poiché la celeberrima inquadratura sul “No Trespassing” è tradita, come  idealmente nel film di Larraìn, quando la memoria di entrambi i personaggi protagonisti prende corpo e fa affluire, materializzandole, immagini e scene di una vita ormai passata  e che non ritornerà.  L’impenetrabile White House, diventa, su invito di Jackie, la dimora di tutti gli Americani, di ogni citizen e le sue porte si aprono come le dolci labbra di Nathalie Portman nell’”eseguire” un radioso sorriso interpretando cioè una scena del copione (pro-telecamere) curato dalla fedele Nancy Tuckermann (la richiestissima attrice Greta Gerwin) responsabile in toto, come un’ombra, della vita istituzionale della famiglia Kennedy.
(Più avanti si vedrà come Rosebud rivivrà in un vinile del musical Camelot)
Le mani di Jackie, quasi  sempre in grembo, simbolicamente poste con  rabbia  a proteggere un’intimità violata, ferita dalla morte dell’amato marito e/o serrare una relazione  con il mondo circostante ben poco pacifica, sono il connotato più vero di una remissiva anima in pena inquadrata con estremo rispetto. Nulla vieta un paragone con Jeanne  Hébuterne  nei dipinti del  suo Modì.
Pablo Larraìn fa così dell’ottimo cinema d’autore: per niente ridondante o troppo povero di mezzi hollywoodiani.
Neruda e No, i giorni dell’arcobaleno da Larraìn diretti, sono stati vividi esempi di momenti passati della storia cilena, raccontati con ricostruzioni storiche libere, ma non per questo false. Le stesse circostanze sono presenti in Jackie .
Si veda ad esempio, quello che è in grado di fare con il tailleur rosa e blu Chanel  della protagonista, corredato dal caratteristico cappellino a tamburello dello stesso colore. Si tratta dell’abito indossato il giorno dell'assassinio del marito, diventato ben presto  uno dei suoi  simboli   più terribili perché macchiato di sangue presidenziale ed uno dei capi di moda icona  degli Anni Sessanta, rivisitato come segno di riconoscimento di un’era e di un modo di essere una donna di potere.
Jacqueline Kennedy continuò ad indossare l'abito durante il giuramento di Lyndon B. Johnson e  il volo di ritorno a Washington con la salma del presidente per far vedere al mondo intero cos’era accaduto.
Larraìn impiega quell’abito per i manifesti cinematografici tingendolo di rosso come il fondo dell’intero “quadro”: ne vien fuori una tela iperrealista, vivida, aptica, da toccare, tra il carminio e il magenta. Sono i colori associati per antonomasia a  come si assaggia la passione, ci si consuma di rabbia, si affoga nel dolore o ci si accende di  furor amoroso.
Quell’abito non è più oggettivamente rosa agli occhi di noi spettatori  odierni, ma nessuno oserebbe dire che non si tratta del tailleur  rosa Chanel di Jackie.  
Un tradimento efficace per raccontare la realtà che prosegue in due inquadrature dedicate alla protagonista: la prima a mezzo busto, varcando la soglia della Casa Bianca, mostra la giacca dell’abito apparentemente intonso e soltanto un po’ sgualcito  dopo aver pulito il viso e rimosso sangue  e pezzi di cervello dai capelli acconciati in un rigido caschetto.
Quando poi la macchina da presa inquadra a figura intera Jackie, senza aver mai abbandonato il suo passo da compita mannequin, il fiato spettatoriale è mozzato dalla vista di come è ridotta la vedova Kennedy: calze, scarpe, gonna interamente sporche di sangue e di tragedia.
A quel punto scorrono ( da copione) copiose le lacrime e ci si accorge che la visione a tappe di un corpo distrutto dal dolore  è frutto di una scelta registica di puro pudore e rispetto,  ripetuta nella scena di ricerca di un posto decoroso dove seppellire  il presidente.  
In quest’ultima piove a dirotto e in breve tempo l’acqua, l’erba del prato e la terra si impastano insieme accogliendo le scarpe e i piedi di Jackie che cammina a fatica disperata sporcandosi di fango. La trasformazione di suo marito in una leggenda val bene un paio di scarpe rovinate:  è il minor prezzo da pagare per ridefinire la sua immagine  e rafforzare quella che sarebbe stata la sua eredità politica.
Tale sembra essere il personale punto di vista di Larraìn e come dargli torto quando il mondo intero rivedendo miliardi di volte il filmato dell’assassinio di J.F.K. crede di conoscere interamente i fatti?
Nelle note stampa  si legge a firma del regista: “Sua moglie (di John Kennedy) Jacqueline Kennedy, trentaquattrenne era seduta accanto a lui. Cosa avrà provato? Tutti conosciamo la storia dell'assassinio di John F. Kennedy. Ma cosa succede se spostiamo la nostra attenzione su di lei? Come saranno stati i giorni successivi per lei, annegata nel dolore, i figli lontani, gli occhi di tutto il mondo puntati addosso? Jackie era una regina senza corona, che perse in un colpo solo trono e marito.”
Jackie  è uscita così, velocemente, dai riflettori  della storia dell'America che doveva  proseguire  con un nuovo presidente e un’altra first lady ( agghiacciante la scena del dialogo a cui assiste Jackie,  intorno al cambio della tappezzeria alla Casa Bianca nel giorno stesso del corteo funebre) tanto da diventare una donna sì  famosa, ma  tra le meno  conosciute dell'era moderna.
Mi piace pensare” prosegue Larrain“che non avremo mai certezze su di lei. Non conosceremo mai il suo profumo, o che luce avesse negli occhi quando la incontravi . Tutto ciò  che possiamo fare è cercare . E mettere insieme un film fatto di frammenti. Brandelli di ricordi . Luoghi. Idee. Immagini. Persone.”
La Storia ha dato al mondo una versione filmata e scritta dei fatti ormai accettata universalmente, non contemplando, neanche alla lontana, quella di Jackie vicina ad un racconto orale leggendario: perché dunque accettare di rispondere alle domande di un intervistatore? Perché se una delle battute iniziali della pellicola pronunciate con botta e risposta a sé stessa dalla protagonista recita: “L’atto di scrivere la Storia, la rende più vera? No, abbiamo la tv!” ?
Jackie, piena di grazia, conoscitrice di varie lingue, affascinata dalla Francia e dalla grandeur di Parigi, ha lavorato come giornalista per il Washington Times e sa  benissimo quanto sia facile scivolare nel dimenticatoio divenendo un ferro vecchio da rottamare.
“Pensavo fosse lo scoppio di una ruota “, ma dopo la confusione evidente in cui versa davanti al giornalista di cui correggerà a mano l’intervista, sciorina dettagli, annulla e riconvoca la storica parata per garantire al feretro una big beautiful procession, chiede alla sua  primogenita, ancora infante, di diventare un soldier, cita  i nomi degli altri due presidenti USA assassinati prima del marito, crea e distrugge ideali paragoni tra la sua famiglia e la coppia dei coniugi Lincoln ecc…arrivando  a non distinguere più la verità nella recita, perché Jackie non era una donna qualunque, una moglie  e una madre come quelle della maggioranza del popolo.
Sa di aver vissuto una fiaba, protetta da un incantesimo che la morte ha distrutto per sempre.
Un regno magico e minacciato dal Male, simile alle avventure di Camelot il musical preferito dal Presidente Kennedy scritto da Alan Jay Lerner e musicato da   Frederick Loewe. Nel cantarlo J.F.K. tornava bambino. “Una frase gli piaceva sentire: non dimenticate che ci fu un luogo che per un breve splendente momento fu chiamato Camelot»”.
Tuttavia anche le ultime immagini del film dedicate alla ripetizione di una “processione” ossia quella di Jackie che lascia la White House, ne riproducono il mito, come regina della moda e dello stile di quegli anni: dal finestrino dell’automobile in cui viaggia scorge la vetrina di una boutique in fase di allestimento. I manichini di plastica con i loro tailleurs non sono altro che la copia esatta della sua silouhette.
Anche il fortissimo simbolismo delle inquadrature è un atto e un modo del narrare di Larraìn sostenuto da una colonna sonora   non invasiva e minimale  molto emozionante, vera come le innumerevoli sigarette fumate il giorno dell’intervista.
O forse no?
Ascoltandola parlare in merito all’ infedeltà di suo marito udiamo proferire «A volte andava nel deserto da solo, per farsi tentare dal diavolo. Ma poi tornava dalla sua amata famiglia. E io non fumo».
O forse no?

Voto: 9

Mariangela Imbrenda