La Ragazza dei Tulipani

07/09/2018

di Justin Chadwick
con: Alicia Vikander, Dane DeHaan, Zach Galifianakis, Judy Dench

Come prima cosa va detto che il titolo è una forzatura: Sofia (la protagonista della vicenda) non è la ragazza dei tulipani: perché la “tulip fever” olandese di metà Seicento (che fa da sfondo e fornisce alcuni degli spunti narrativi) in realtà nel racconto ha poco a che fare con lei, quanto invece con i personaggi secondari. Trattasi tutto sommato di esigenze di marketing, per il libro prima e per il film poi.
In ogni caso, parafrasando il sotto titolo italiano, in questo film “NON ci sono passioni per cui daresti la vita”…

Va detto anche che “La ragazza dei tulipani” è un film che affianca ad un plot intrigante (ancorché un po’ prevedibile), una scenografia molto curata, un’ambientazione assolutamente ‘naturale’ e un cast di tutto rispetto (anche oltre l’effettiva ‘capienza’ dei personaggi, come nel caso della Badessa Judy Dench).
Nonostante questo, manca qualcosa, e resta la sensazione di un’occasione sprecata, nonostante le risorse messe in campo (vedi sopra): e crediamo si tratti della regia, più che della sceneggiatura, o dei dialoghi. Manca uno spessore concreto, credibile, più nell’interpretazione che nella caratterizzazione dei personaggi: l’ex orfana Sofia, il ricco marito Cornilis, l’intelligente governante Maria, tutti sono esattamente e solamente quel che devono essere, senza imprecisioni, sbavature, imprevedibilità nei loro personaggi. Non c’è passione, non c’è irruenza, non ci sono sovrattoni.
Perciò il film scorre pianamente sui suoi binari ben tracciati (ripetiamo: una buona sceneggiatura), dall’inizio alla fine, ma non decolla, trascorre senza lode e senza infamia: confortevole e piacevole (e prevedibile, repetita juvant), ci restituisce un buon affresco d’epoca, dettagliato e accurato, coerente con se stesso, magari un pochino claustrofobico nelle locations (entriamo soltanto nella casa patrizia e nel retrobottega dell’osteria, vediamo sempre e solo quei duecento metri di canale…), ma niente da dire sulla sua credibilità.
Preciso e ricco di dettagli, come una natura morta, e come questa, privo di vita, di carattere: perciò ammiriamo la precisione incredibile dei dettagli, il riflesso della frutta e il piumaggio della selvaggina, piuttosto che il merletto della tovaglia o la mosca sull’acino d’uva: ma non c’è umanità, quanto meno non ce n’è abbastanza da rendere vivo il racconto. Che capitombola poi fatalmente in un finale buonista (letteralmente “e vissero tutti felici e contenti”) che anch’esso non ha nulla da dire. Anche per via di una notevole omissione narrativa (in tutta questa abbondanza di realismo...pittorico): il male, la cattiveria, la malizia, non sono tra i commensali di questo pasto fiammingo. Né grandiosi né banali: non ci sono e basta.
Tutti i personaggi sono in buona fede, non vogliono far del male, sono vittime delle circostanze: e quindi non c’è contrapposizione, né di intenti, né di valori, o di pregiudizi. Tutto ciò che accade è per caso, non per intento. L’unica perfidia è forse della giovane prostituta dell’osteria, che borseggia l’innocente e ben animato pescivendolo (è l’amante della governante) e innesca la sua (temporanea) scomparsa di scena: ma la sua è un’apparizione fugace, non abbiamo nemmeno il tempo di apprezzarne la cattiveria, di affezionarci a questo minuscolo lato oscuro che subito siamo trascinati di nuovo nel vortice delle buone intenzioni.
Insomma non c’è tensione, di nessun genere, in tutta questa storia, che alla fin fine rimane un esercizio di bravura: per gli attori (ma anche qui, insomma…), per gli sceneggiatori, per gli scenografi, insomma per tutti i ‘mestieranti’ del caso. Peccato che il regista fosse con la testa altrove…
Alla resa dei conti (dopo un'ora e mezza di “peccato ed espiazione”), “La ragazza dei tulipani” non aggiunge e non toglie nulla, non offre spunti, non lascia domande: in sostanza non trova un suo perché, e sembra proprio un mero esercizio di professionalità, uno stereotipo ben confezionato e nulla più.
Girato in nove settimane, dopo 107 minuti di chiaroscuri e penombre alla Rubens (certo non nella caratterizzazione dei personaggi…), lascia solo il sapore dell'esercizio di stile, nemmeno tanto originale.

Voto: 6,5

Davide Benedetto