Libere, disobbedienti, innamorate - In Between

06/04/2017

di Maysaloun Hamoud
con: Shaden Kamboura, Mouna Hawa, Sana Jammelieh

Non ha le qualità tecnico-formali  di un capolavoro. In realtà, non ha l’ambizione di esserlo. Ha invece l’onestà di chi ha da dire davvero qualcosa e non può farne a meno.  Di chi vuole vivere della propria Arte e la sprigiona diffondendola come un profumo, una musica, un mantra. Di chi non è pago fino a quando non  penetra in fondo, nel cuore di chi guarda, ascolta, comprende. Amico o nemico. Anche se sei un regista- donna, un attore- donna e firmi la tua opera prima, il tuo primo lungometraggio: un film avente  tre donne come personaggi principali.
Anzi tre giovani donne a Tel-Aviv…: tre ragazze e una città come protagoniste assolute perché tra le storie che si vanno svolgendo, non si può prescindere da quel magnifico dispositivo di produzione e riproduzione della memoria  in grado di riflettersi in azioni collettive dei suoi abitanti costruendo   un  habitus .
In realtà vediamo ben poco Tel Aviv in “In Between”: la regista Maysaloun Hamoud ci mostra frammenti di quartieri, spesso di notte, quando le luci dei locali illuminano le strade e i marciapiedi come un po’ in tutte le grandi metropoli del mondo, mentre, di giorno, assistiamo all’intersecarsi di grandi viali come avenues newyorkesi percorse da milioni di automobili in corsa. Qualche inquadratura sui negozi di alimentari permette di comprendere dove siamo. Per il resto, più volte e dalla prospettiva dei vari personaggi in gioco, soprattutto maschili,  si geolocalizza l’appartamento della discordia abitato dalle tre protagoniste (nel bene e nel male!)  al centro di Tel Aviv.
Prima che la storia abbia inizio, come una magica fiaba orientale, a folgorare l’attenzione è il doloroso prologo: un’ anziana stende della cera sul corpo di un’altra donna che a breve festeggerà l’addio al nubilato con una festa chiassosa dove tutto è concesso. Quando viene strappata via la peluria   l’atto energico e veloce  è corredato dall’elenco di alcuni dettami che ogni ragazza una volta diventata moglie dovrà rigorosamente rispettare affinché il suo matrimonio funzioni perfettamente. Impedendoci di guardare  il volto di chi subisce quel tradizionale supplizio (il proverbiale “Chi bella vuol sembrare, pene  e guai dovrà passare”), la regista sembra dichiarare che qualsiasi persona di sesso femminile in procinto di sposarsi affronterà hic et nunc come l’altra metà del cielo fa da  secoli, le afflizioni e gli strazi di una vita in cui  gli uomini hanno il timone e si lasciano guidare dall’immutabile tradizione.
«[…]Metti sempre il profumo. L’importante è che tu sia sempre liscia, così lui sa dove trovarti e a letto fa quello che vuole . Non far sapere che sai il fatto tuo».
A tale spada di Damocle che scatenerebbe immediate reazioni femministe, fanno seguito i primi titoli di testa volti a presentare il cast delle tre protagoniste i  cui nomi, su sfondo nero, sono scritti con caratteri quasi adolescenziali e  coloratissimi  in stile agenda Smemoranda.
Colore e colori dunque. Freschezza e voglia di vivere, nonostante le avversità dei contrasti tra tradizione obsoleta e modernità impazzita.  La grinta, il coraggio, l’energia, la vitalità di  “In Between” rendono la pellicola degna di nota e meritevole di attenzione (soprattutto) fuori dai confini in cui è stata concepita e realizzata.
Laila (Mouna Hawa), Salma ( Sana Jammelieh) e Nour (Shaden Kanboura) sono molto diverse tra loro e i loro ruoli risultano davvero ben scritti, dotati di punti di forza e di giusta mutevolezza per garantire una storia complessivamente sfaccettata, originale e non noiosa.
La prima è un affascinante avvocato, la più ricca del gruppo dalla doppia vita: di notte è bella, sexy e provocante nel gruppo di uomini che la circondano e tentano di flirtare con lei, sempre  in posa da modella con una bottiglia in mani curatissime e laccate, insieme all’inseparabile canna alla quale per stordirsi meglio sostituirà spesso, in corso d’opera, grandi quantità di coca. Di giorno una principessa del foro, affascinante anche grazie ai  completi dal taglio maschile che indossa per diventare più formale ed incorruttibile. In generale, però è la più sola: non vediamo la sua famiglia, i suoi rapporti con l’altro sesso si riducono a incontri fugaci senza amore e quando sembra averlo finalmente trovato in Ziad,  quest’ultimo ( un regista cinematografico che ha studiato a Hollywood) vuole sottrarle l’anima imponendole, senza alcun apparente motivo, una morigeratezza che non le appartiene. Per Laila è impossibile vivere senza droga, sigarette e alcol. Così si sente libera e così vuole continuare ad essere.
La seconda giovane donna, in ordine di apparizione,  secondo i genitori -conservatori da galera, fa l’“insegnante di musica” in una scuola a Tel-Aviv. Salma, questo il suo nome,  viene da un villaggio fortemente tradizionalista che però sembra amare se decide di mostrarlo alla ragazza di cui si innamora sin dal primo istante. Entrambe sono lesbiche e una volta scoperte ad accennare un casto bacio per Salma si prospetta la fine di tutto: dei suoi orecchini al naso, dei suoi tatuaggi esposti con orgoglio, dei suoi abiti poco femminili e molto underground, della bandana che cinge i suoi capelli per renderla più dj. Questo infatti è il suo vero mestiere nella capitale: anche lei vive principalmente dalla sera al mattino organizzando dj set e per mantenersi, poiché i soldi non bastano mai, prima la vediamo nelle cucine di un ristorante in cui è vietato anche tra colleghi parlare arabo perché la lingua urta la sensibilità dei clienti e poi (autolicenziatasi) servire dietro al bancone di un bar. Perfettamente a suo agio in un’esistenza così sbandata e sballata, Salma fugge da tutti  e da tutto, anche dal suo dolce amore per andare a Berlino e concedersi in Occidente, dove abbondando le carte dei diritti umani, una nuova  opportunità negatale dalla giungla dove è vissuta fino ad ora.
Nour in quanto ultimo personaggio protagonista,  carica su di sé la fama di terzo incomodo: piomba inaspettatamente nell’appartamento a soqquadro condiviso da Laila e Salma perché si offre una camera in affitto e lei, studentessa modello, per studiare, ha bisogno di raggiungere più agevolmente l’università in città.  La sua emancipazione nel campo dell’istruzione sembra non confliggere  con il suo abbigliamento: porta il velo strettamente legato sotto al mento anche quando le giornate sono caldissime, ma si mostra felice. Fisicamente è grassa, ovvero scoppia di salute e si presenta come una desiderabile Pomona: la sua “abbondanza” ha permesso di trovarle il futuro sposo per il quale cucina come una brava massaia, si pettina diligentemente senza ostentare un solo capello di troppo, non si trucca e rassetta, pulisce, riordina affinché il suo fidanzato non abbia nulla da ridire.
Laila, da poco conclusa una storia d’amore importante le chiede se sia innamorata. Nour risponde che ciò non ha importanza e che ( con l’aiuto di Allah) l’amore verrà dopo il matrimonio.
Il motore del film si accende proprio in opposizione a questo augurio: Wissam mira a  farle cambiare casa perché non ritiene idonea la situazione di perdizione sempre in agguato in presenza delle altre coinquiline, vuole impedirle di terminare gli studi e  anticipare senza motivo il matrimonio. Poi, dopo aver trovato un paio di mutande maschili in bagno, in un accesso d’ira incontrollabile, violenta  Nour  deflorandola.  La sequenza di feroce abominio dura pochi minuti: Nour prova ad opporsi, ma per pudore e vergogna non emette alcun fiato, mentre la bestia, inquadrata di schiena con le brache calate ad immobilizzare una vergine, compie il suo atto di umiliazione e ostentazione del potere maschile.
Allah è grande  e le inquadrature successive vedono questa volta Nour di spalle, nuda a mezzo busto, mentre Laila e Salma, l’abbracciano e la confortano, lavando sotto la doccia il sangue e il male che è stato inflitto al corpo e all’anima della loro bizzarra e pudica amica. Anche loro sono visibilmente colpite: hanno trovato Nour in bagno, gettata  a terra in un angolo con i vestiti sporchi, le gambe incrociate, i capelli scarmigliati senza il velo a coprirli. Il silenzio e il rumore dell’acqua che scorre e dei respiri dei due giovani angeli, genera il sonoro pianto liberatorio di Nour. La solidarietà tra donne si trasforma presto in vendetta.
Laila, come avvocato sa il fatto suo perciò decide di fingersi una donna picchiata ripetutamente dal futuro marito e di recarsi avvolta dal velo e con un abbigliamento che la rende irriconoscibile proprio da Wissam mostrandogli le ferite, i lividi, gli abusi all’altezza delle spalle.  E del seno.
Laila è furba come la lontana parente drammaturgica di nome  Shahrazād e così, con tanto di foto e telecamere,  incastra Wissam che per quanto promesso sposo di Nour, non ha mai disdegnato le visite svestite di un’altra donna. La verginità è ricucita dalla legge che sta dalla parte delle donne e dall’amore del padre di Nour il quale, una volta informato dell’impossibilità di realizzare il matrimonio, con una decisione quasi inaspettata per il pubblico, caccia in malo modo Wissam e abbraccia la sua bambina, vittima innocente della crudeltà maschile, cioè dell’imposizione del sesso legittimato dall’integralismo delle tradizioni misogine.
Nour continuerà a studiare  e potrà laurearsi secondo i suoi sogni, Salma fuggirà in una notte verso Berlino e Laila rimarrà sola nell’appartamento a dare altre feste e coca -party.
Il film si congeda con una bella inquadratura sui primi piani delle tre protagoniste sul terrazzo di casa: canna, bottiglia o cocktail analcolico in mano…non importa cosa bevano o fumino . Laila, Salma e Nour sono tre donne, tre amiche che rivendicano con orgoglio e passione la loro identità.  Al mondo sono costrette a mostrare sempre  corazze protettive in fatto di trucco e vestiario, a sfoderare armi intelligenti senza spargere sangue, ad avere la battuta pronta per tener testa al linguaggio sessista dominante, ma quando si guardano negli occhi non fingono, non possono tradirsi e danzano, danzano, danzano nel salone di casa sulle note di avvolgenti musiche firmate dalla star libanese Yasmine Hamdan.
Soltanto in questo modo si sentono “Libere, disobbedienti e innamorate” e benché prive di qualsiasi certezza, possono tentare di sperare in un futuro di autentica emancipazione. Degna di nota, a tal proposito, è la scena in cui Nour nel sistemare la stanza che ha preso in affitto, trova il libro di “Alice nel paese delle meraviglie” e un giocattolo sessuale in legno  che fa scattare con una molla  il pene in erezione. E’ bello vederla aprirsi in un sorriso radioso prima di riporre tutto in uno scatolone.
La regia di Maysaoul Hamoud è brillante, decisa, forte e del tutto perdonabile risulta l’ellissi temporale resa in maniera sommaria per mostrare il salto di tempo in avanti macinando mesi di sbornie ed esami universitari sostenuti pregando continuamente di abbassare la musica. 
Alla fine i ritratti delle tre protagoniste  così ben definiti perdono i confini e ognuna diventa l’altra nella forza e nella fragilità:  di volta in volta sono semplicemente donne prismatiche come ogni essere umano è nella realtà della propria esistenza. 
Anche il film è costruito sul binomio di tradizione e innovazione, come i contenuti e le storie principali affrontati: inquadrare a lungo le mani che depilano con della cera bollente, quelle che colorano di rossetto le labbra, che accendono canne e inseriscono coca nelle narici, sistemano il velo in testa, preparano dolci per pranzi in famiglia ecc…presuppongono  sempre svolte narrative adeguate ossia seguono uno schema classico, molto occidentale.
Oltre a Laila, Salma e Nour, vi sono altre donne nel film. Incontriamo ad esempio la madre di Salma che tenta di trovare sempre un fidanzato per la figlia avvertendola alle sei del mattino di rendersi presentabile (togliendo i piercing e coprendo i tatuaggi), ma si vergogna di quell’essere contro natura, anzi scatena le ire del marito aizzandolo senza posa.  Poi la madre del giovane nerd che si vorrebbe dare in sposo a Salma: una donna dal seno abbondantissimo nel cui solco scivola, quasi eroticamente inghiottita, una croce appesa ad una sottile catenina. Lei dice che il figlio non si è mai allontanato di casa, nemmeno per lavoro perché la famiglia viene prima di tutto.
Questa generazione di madri, mogli e anziane   che avrebbe potuto fare ben prima  la rivoluzione contro gli uomini, l’interpretazione sessista del Corano e la violenza di genere, si è miseramente piegata  lasciandosi sconfiggere dalle botte, dalle urla e dalle minacce.    “In Between” le rimprovera in maniera impietosa: la pellicola si chiede  (e pone al mondo occidentale e orientale la medesima domanda) perché sembra giusto e corretto far soffrire una donna in qualsiasi circostanza della sua vita. Le tre protagoniste, a modo loro, si oppongono al dolore e dalle loro esperienze fanno nascere qualcosa di “buono”. Brechtianamente portano la verità sotto il mantello o meglio sotto il velo, la bandana, la seducente massa di boccoli neri che incorniciano il capo di Laila come una regina pasoliniana. Fuor di metafora e paragoni sono tre arabe fenici: nonostante le avversità quotidiane hanno imparato a non fermarsi mai, a proseguire a testa alta senza abbattersi, a non sentirsi sole e a non abbandonare chi ha bisogno di aiuto, consolidando tra loro un legame indissolubile di amicizia, inteso anche e non ultimo come una forma di amore.
Il film si ferma lì, nell’inquadratura di tre volti di donna allineati nel buio notturno di una demoniaca Tel Aviv: non ci viene mostrato il prosieguo della storia, poiché non è più importante dei valori fin qui affermati.
La Vita è infatti incontrovertibilmente bella come l’Amore, il Sesso, la Musica, la Droga e l’Alcol ecc…come le Donne sacre ed inviolabili.

Voto: 8

Mariangela Imbrenda