Mary e il Fiore della Strega

16/06/2018

di Hiromasha Yonebayashi
con: Animazione

“Mary e il Fiore della Strega” è il primo film indipendente di Hiromasha Yonebayashi. Cresciuto professionalmente nello Studio di Ghibli di Iaso Takahata e Hayao Miyazaki (“La città incantata” - 2001 - “Il Castello errante di Howl” – 2004 - e “Porco Rosso” - 1992 - solo per citare alcune tra le più note produzioni) e uscitone nel 2014, Yonebayashi ha radunato, attorno a sé ed al produttore Yoshiaki Nishimura, un pool di professionisti ed artigiani dell’animazione, in parte anche loro provenienti dallo Studio Ghibli, per fondare il neonato Studio Ponoc, di cui “Mary” rappresenta la prima produzione.

È un racconto di crescita e di maturazione, e a differenza delle apparenze iniziali, non un racconto di iniziazione: la differenza è nel senso che Mary darà, alla fine, alla sua straordinaria avventura. La vicenda ruota attorno alla giovanissima eroina, una ragazzina dai capelli rossi e lentigginosa, esuberante e insofferente della placida vita della fattoria in cui è ospitata da una prozia saggia e comprensiva.
Tutto comincia quando Mary, seguendo un buffo gattino grigio, si avventura nel bosco che le è proibito, un po’ per noia e un po’ per sfida. In una remota radura, tra i maestosi tronchi abbattuti e vellutati di muschio, si imbatte in un grazioso fiore violaceo, all’apparenza fragile, ma in grado di conferire temporanei poteri magici a chi ne fa uso.

Travolta dalla scoperta, e da una piccola, fedele ma capricciosa scopa volante, Mary scopre così l’esistenza di mondo ‘altro’, parallelo e altrettanto articolato quanto la realtà da cui proviene: da qualche parte, nascosta tra le nuvole, c’è il College di Endor, una sorta di Università della Magia, diretta con ferrea e bisbetica disciplina da Madam Mumblechook e dal Dottor Dee. Ammessa al College di malagrazia e solo grazie alle sue doti magiche sopra la media, Mary gradualmente comincia a scoprire che il lato oscuro di quel mondo non le piace affatto.

Nel frattempo i Fiori che ha trovato cominciano a scarseggiare, e Peter, il simpatico e affettuoso monellaccio con cui ha fatto amicizia alla fattoria, viene coinvolto suo malgrado: rapito da Madam Mumblechook e dal Dottor Dee, rischia di diventare vittima degli sconvolgenti esperimenti di quest’ultimo, che attraverso le sue mostruose ibridazioni tra animali diversi cerca di riprodurre il Mago Supremo: disumano e potentissimo.
Solo mettendo in gioco il suo coraggio e la sua schiettezza (tutta femminile), Mary potrà rimettere in riga quel mondo magico tralignato.

Tecnicamente “Mary” è un film molto interessante, sebbene anche troppo in linea con lo “stile Ghibli”: le scenografie e i paesaggi (ispirati alla campagna inglese) sono incantevoli e suggestivi, tanto quanto le ambientazioni ‘magiche’ (i giardini del College, le aule di magia, il laboratorio segreto del Dottor Dee) sono inquietanti e sorprendenti.
Viceversa il disegno e le movenze di Mary (e dei suoi coprotagonisti) sono – tipicamente - naif, semplificate, come a marcare in ogni momento del racconto la ‘distanza’ tra il sentire e il pensiero della protagonista, solidamente e concretamente attaccata ai suoi valori, e il mondo che le ruota attorno, da cui solo inizialmente si fa coinvolgere. È il distacco del visitatore, del curioso, non dell’apprendista: Mary sa che non sarà mai, non vorrà mai essere una strega, pur scoprendo di avere in famiglia illustri precedenti.

La parabola di Mary, tra la curiosità, la scoperta, la presa di controllo dei suoi nuovi poteri, la sfida, la vittoria e l’abbandono, quasi scopertamente significano proprio un piccolo, ma ispirato viaggio di crescita, di maturazione.
Non d’iniziazione, ripetiamo, perché diversamente da Harry Potter (a proposito: anche il romanzo omonimo – del 1971 – è stato scritto da un’autrice inglese, Mary Stewart) alla fine della storia Mary deciderà che dopotutto quell’altro mondo non le interessa, la sua realtà ‘reale’ le offre di più, e per essere felice non le occorre più cavalcare la scopa fra le nuvole.

Ricco senz’altro di ispirazione e di idee anche grafiche, “Mary” spesso ‘inevitabilmente’ si ispira ad altri film dello Studio Ghibli, per certi versi sembra oscillare (nel tono, nei ritmi e nello stile) tra “La Città incantata” e “Il Castello Errante di Howl”: certe pause, certe sospensioni, i silenzi che crescono attorno alle allusioni sospette dei maghi infidi, creano un clima efficacissimo di aspettativa e di distacco dalla realtà, già visto in quelle storie.

Per quanto riguarda un giudizio complessivo, potremmo tranquillamente dire “chi ben comincia è a metà dell’opera”, aspettando lo Studio Ponoc alla prossima prova!

Voto: 7

Davide Benedetto