Mission Impossible - Fallout

28/08/2018

di Christopher McQuarrie
con: Tom Cruise, Henry Cavill, Ving Rhames, Simon Pegg, Rebecca Ferguson

A dispetto delle (eventuali) migliori intenzioni, “Mission Impossible – Fallout” (sesto film della serie, perciò detto anche MI6) resta soprattutto un film ‘tecnico’: per gli effetti speciali, per le scene d’azione, per le incredibili (sic) acrobazie effettuate personalmente da Tom Cruise (con tanto di frattura della caviglia), per gli inventivi gadget tecnologici ogni volta sorprendenti e risolutivi, come e meglio dei classici ‘Bondiani’  (sorry, Mr. Q). Ma non c’è molto di più, in questo come negli altri film, oltre che queste cascate zampillanti di adrenalina, tenute insieme dignitosamente da una trama molto funzionale e da una regia altrettanto piroettante.

Ogni film della serie (ricordiamo che il primo, per la regia di Brian De Palma, è del 1996, oltre vent’anni fa) finisce quindi per offrire il solito pacchetto: azione, tecnologia (poco), sesso e quel minimo di giramondismo da cartolina. Manca la narrazione, talmente convulsa da essere irrilevante, manca il minimo spessore dei personaggi, scarseggia anche lo humour. In più, ogni volta si assiste allo stesso rilancio, ogni film (ogni Mission) deve essere “più” impossibile del precedente.
Ordigni nucleari in mano a terroristi/anarchci/traditori vari? Già visto. Si, ma questa volta le bombe sono due, tra loro collegate e non disinnescabili. Inseguimenti aerei? Già visti! Si, ma questa volta il Nostro riuscirà a speronare (sic) in volo l’elicottero del cattivo di turno, ed a cavarsela (sconfiggendolo, ça va sans dire). Imposture, doppi giochi, tradimenti? Già visti! Si, ma questa volta sono talmente iterativi e caleidoscopici che si esce dalla sala senza aver capito chi erano i buoni e chi no. Poco importa, l’essenziale è che Tom Cruise come al solito vince.

Può piacere oppure no, questo MI6. Personalmente ho trovato più convincente (e gradevole) il precedente “Rogue Nation”, se non altro per aver saputo sfruttare in maniera intelligente alcune ambientazioni ‘sfidanti’ (come l’Opera House di Vienna). Il punto non è il gradimento o meno, quanto il fatto che questo film non lascia proprio nulla, dietro di sé. Si esce dalla proiezione ammirati – questo sì – per il ritmo, l’inventiva, la spericolatezza, la spettacolarità. Ma, riflettendoci, e andando oltre la credibilità o verosimiglianza del tutto, quel che si è visto non è troppo diverso da un collage di scene analoghe, di clips collezionabili su YouTube. Viene da pensare che la differenza la fanno solo i soldi (del budget: per “Rogue Nation” circa 150 milioni di dollari, lievitati a 180 per “Fallout”), e la disponibilità di mezzi tecnici virtualmente illimitati.

Il punto vero è che i numerosi sceneggiatori al lavoro sul filone Mission impossibile (nel tempo si sono avvicendati David Koepp, Robert Towne, Alex Kurtzman, Roberto Orci, J. J. Abrams, André Nemec, Josh Appelbaum e lo stesso Christopher McQuarrie) hanno da tempo compreso che l’unica alternativa per questi film al rischio di diventare stereotipi solo ‘plasticosi’ (finti) è il rilancio continuo, la ricerca della spettacolarità e dell’esagerazione, bordeggiando continuamente l’inverosimile, e il ridicolo.
Compito non facile, perché se – ai tempi – potevamo credere (o felicemente fingere di) ad un James Bond tranquillamente a spasso nello spazio o in fuga da un finto vulcano in esplosione, oggi siamo più smaliziati, ed esigenti, e la “Mission” di Tom Cruise (tra i produttori in ogni film) diventa ogni volta sempre più “Impossible” .

Voto: 6

Davide Benedetto