Quello che non so di lei

11/03/2018

di Roman Polanski
con: Emmanuelle Seigner, Eva Green, Vincent Pérez, Dominique Pinon, Camille Chamoux

Delphine Dayrieux, mentre firma le copie del suo ultimo libro, conosce una giovane donna, Elle. Poiché attraversa un periodo critico (anche dal punto di vista creativo), Delphine si affeziona subito a Elle che, essendo a sua volta scrittrice (è una ghost-writer), l'aiuta e la consiglia. Insinuandosi nella vita di Delphine, Elle finisce per isolarla dal resto del mondo, arrivando persino ad assumerne l'identità.
Quello che non so di lei è senza dubbio, come ha scritto Cristina Piccino sul Manifesto, incentrato sulle “ossessioni per la creazione artistica”. Che sembra interessare a Polanski più in anni recenti che nel passato (ricordiamo il notevole L'uomo nell'ombra, del 2010), e che comunque qui traina un concentrato di temi e figure che si ripetono nella sua filmografia come, appunto, vere e proprie ossessioni (il doppio, la prostrazione dei protagonisti, lo spazio chiuso, il sogno, la ripetizione, la circolarità, la follia, eccetera).
Presentato fuori concorso all'ultimo Festival di Cannes e uscito con qualche mese di ritardo rispetto alla data prevista inizialmente (anche in Italia sembrava dovesse essere distribuito nel novembre del 2017), l'ultimo film di Roman Polanski pone però in rilievo soprattutto una questione da non sottovalutare, persino teorica. In un periodo cinematografico in cui quasi ogni produzione si vanta d'essere tratta da una storia vera, un film il cui titolo originale è, appunto, D'après une histoire vraie, viene tradotto con un poco significativo Quello che non so di lei (anche se gioca col nome dato da noi al personaggio interpretato da Eva Green). Può darsi che una tale scelta derivi appunto dalla necessità di non creare confusione con le frasi di lancio di altri film, o di conferire all'opera di Polanski un maggiore appeal, ma certo è che il titolo italiano annulla la valenza fortemente caustica dell'originale, che è poi quello del romanzo che ne è alla base. In ogni caso, a quattro anni distanza dallo straordinario Venere in pelliccia, Polanski sfiora nuovamente il capolavoro. Forse imperfetto (oggi giorno i capolavori non possono e non devono essere perfetti) ma, di sicuro, come le ultime opere di altri maestri (Verhoeven, Hill, De Palma, Kiarostami, Coppola) poco conciliante e privo di situazioni convenzionali (che magari ci sono ma sono talmente distorte da non risultare tali) che possano dare troppi appigli al pubblico. D'altronde fu lo stesso Polanski, in un'intervista dei tardi anni Sessanta, a dire: “Io non voglio che lo spettatore pensi in questo modo  o in quell'altro, voglio solo che non sia sicuro di niente. È questa la cosa più importante l'incertezza.” Dopo cinque decenni, la sua idea espressiva resta immutata. Partendo da ciò che il titolo originale potrebbe dunque suggerire, il regista opera un progressivo slittamento percettivo, fino a evocare un clima da realismo allucinato suo tipico e che rientra prima di tutto in una tradizione nobile del fantastico letterario. Giocando ovviamente sull'ambiguità della narrazione, così che chi guarda non può che chiedersi se Elle esista veramente o sia solo la proiezione di un delirio schizofrenico di Delphine. La quale, guarda caso, ha cominciato a soffrire di esaurimento proprio dopo la pubblicazione di un libro in cui racconta la vicenda vera della madre, morta suicida (altro sdoppiamento). Tanto da arrivare a sognarla mentre getta il suo portatile dalla finestra, spaccando quella di un palazzo molto distante (l'effetto digitale usato quando non se ne può fare a meno, va sottolineato). Pur scivolando nel thriller, Quello che non so di lei frustra la maggior parte delle aspettative (compre le voyeuristiche) con un certo ironico sadismo, che si riverbera anche in alcune prove a cui Polanski sottopone la protagonista. Questo naturalmente non significa che il film non riesca a tenere desta l'attenzione dello spettatore, tutt'altro. Lo fa con sottile ambiguità, persino struggente, lavorando su un materiale non proprio originale (nemmeno nel mondo creativo di Polanski): il dubbio su cosa sia vero e cosa non lo sia sul grande schermo come nella pagina scritta ha numerosi epigoni. In questo caso, però, la regia di Polanski funziona quasi da catarifrangente. Utilizza il romanzo di Delphine De Vigne, che in parte è vero, poiché la De Vigne ha scritto realmente un libro sulla madre morta e la protagonista del film sostanzialmente è lei. Dopodiché respinge la verità, usandone la stessa essenza, laddove unicamente può sopravvivere: nella finzione.

Voto: 9

Roberto Frini