Sconnessi

27/02/2018

di Christian Marazziti
con: Fabrizio Bentivoglio, Ricky Memphis, Carolina Crescentini , Stefano Fresi, Antonia Liskova, Eugenio Franceschini, Benedetta Porcaroli

Il 3-4 maggio 2018 l’ Università degli Studi di Genova proporrà un convegno su tecnofilia e tecnofobia, una divisione sempre più lacerante che coinvolge e sconvolge la società civile.
La tanta attuale e opposta tandenza tra l’essere esaltati dai mezzi tecnologici della rivoluzione digitale o l’esserne avversi è un dilemma al quale non si è sottratto nemmeno il  regista Christian Marazziti e il suo pool di sceneggiatori Michela Andreozzi, Massimiliano Vado, Fabrizio Nardi, Gianluca Tocci.
Il film col quale egli decide di affrontare il problema si tinge di commedia e prende il nome di Sconnessi, nelle sale italiane in questi giorni.
L’ incipit, il what-if del film è immaginare una famiglia isolata in un posto di alta montagna, improvvisamente priva di qualsiasi mezzo di comunicazione digitale (internet, smart-phone). Quale ne sarebbe la conseguenza? Riuscirebbe a interagire nello stesso modo? Riuscirebbe a spendere del tempo per tornare a parlarsi vis-à-vis come avveniva nell’era pre-digitale?
A queste e altre domande cerca di rispondere Sconnessi, la cui trama ruota attorno a un capofamiglia anziano (Fabrizio Bentivoglio), uno scrittore “tecnofobo”, sostenitore del caro e vecchio analogico di un tempo. La domanda che egli pone al suo pubblico di lettori, tormentone-chiave ineccepibile del film è: “Ma lo sapete quante volte viene toccato lo schermo di un cellulare in un giorno? 2600! E sapete quante di queste sono davvero necessarie alla nostra vita? 14”. Per il suo compleanno   decide di riunire figli, parenti, nuova compagna incinta al seguito, in uno chalet del Trentino. In questo posto isolato succede che inspiegabilmente tutte le connessioni di rete vadano a pallino, impedendo ai partecipanti qualunque tipo di contatto virtuale tramite Pc, telefono, smart-phone. Il motivo è all’inizio  poco chiaro (ma solo all’inizio!)
Ciò che, invece, si poteva prevedere come un banale contrattempo contenibile con un bel gioco di società davanti a un camino, diventa invece una tragedia esistenziale dalle immani proporzioni. Marazziti per farci partecipi di questa tragedia utilizza il tono della parodia, della farsa e dell’ironia, anche se, come nella più classica della tradizione della commedia all’italiana, non manca il cupo momento riflessivo che intende dischiudere una presa di posizione sul problema.
Non sarò tanto malvagio da spoilerare il finale, anche se comunque la conclusione di tutto questo nevrotico girotondo farsesco che coinvolge un fratellastro bipolare, una donna viziata al settimo mese di gravidanza, una ragazzina maniaca dei social, un ludopatico virtuale, vuole evidenziare come le distanze umane non possono essere colmate da un clic, che la vicinanza vera è la vicinanza fisica e che i problemi si possono superare anche senza la tecnologia.
Una conclusione assai conservatrice più tecnofoba che tecnofila, ma che non si sottrae nemmeno all’evidenza dei fatti narrati.
Diciamo che l’attuale, lodevole tema social-filosofico di Sconnessi è abbastanza pretenzioso per il film che ne è uscito, una commediola che passa inosservata senza fatica nel mare magnum dei titoli dei cinematografi, senza, tra l’altro, poter più contare dell’ausilio dei cari e vecchi flani.
Risate timide e contenute, un eccessivo accumulo di sketch abbastanza prevedibili, tra cui l’ennesima volta nella storia del cinema che assistiamo al (buffo) sconquasso familiare per una donna costretta a partorire in casa.
La struttura, insomma, è gracilina e quasi dispiace che il film non sia durato di più, perché se ne esce con la senzazione che qualcosa manchi all’appello. Tutto sommato meglio così, visti i vuoti di noia che la sceneggiatura riesce a colmare malamente.
Le parti più riuscite, a dispetto dello spirito engagé del quale si fa fregio il film, sono quelle più caricaturali e teatrali: un’ Antonia Liskova badante dell’ Est, un Palmiro malato psichiatrico scappato furtivamente dalla sua casa di cura (Stefano Fresi), forse il vero momento clou di tutta la vicenda; poi Benedetta Porcaroli, figlia della badante, già vista nella celeberrima fiction Rai Tutto può succedere, che non manca nuovamente di vestire i panni di una ragazza inquieta.
Gli unici eccessi melodrammatici che ci stanno stretti sono quelli di Fabrizio Bentivoglio e Carolina Crescentini, molto di mestiere e abbastanza scontati.
Per capire però come ci ha ridotto la tecnologia, il film funziona come buona satira.

Voto: 5,5

Carlo Lock