Segreti di Famiglia

22/06/2016

di Joachim Trier
con: Gabriel Byrne, Jesse Heisenberg, Isabelle Huppert, Amy Ryan, David Strathairn, Devin Druid

Sono passati tre anni dalla morte, in un ‘banale’ incidente d’auto, dell’acclamata foto-reporter Isabelle Reed, e la vita per la sua famiglia apparentemente è continuata, nel bene e nel male. Ma la preparazione di una grande e più completa retrospettiva fotografica, con l’imminente pubblicazione di un ‘coccodrillo’ commemorativo e particolarmente veritiero, riaprono ferite mai sanate, costringendo padre e figli a fare i conti davvero con un passato familiare ben diverso dalla pubblica “verità”.

Segreti di famiglia non è un film stucchevole, tutt’altro, nonostante il titolo infelice della versione italiana (ma anche il titolo originale, “Louder than bombs”, non brilla per sintonia con il film).
Il film è invece il racconto, a tratti scabro e spigoloso, ma anche incredibilmente tenero e umano, d’un perdono collettivo. È la cronaca onesta e credibile di ciò che ci aspetta, tutti noi, “dopo”: dopo la morte, dopo la scomparsa della persona amata, quando rimangono solo ricordi, e non si può più parlare, spiegare, capire, correggere forse. Quel che ci resta, quel che crediamo vero, è una realtà cristallizzata, idealizzata, bloccata dentro di noi, come un seme di ghiaccio. Ma per continuare a vivere occorre perdonare, quindi comprendere, quindi soffrire. E sciogliere il ghiaccio, ridare umanità e verità ai ricordi, riannodare le proprie radici, recise dal dolore
Un padre e due figli, un vedovo e due orfani: in totale tre uomini, che lottano – non ancora sapendolo – contro una donna, moglie e madre, sempre lontana, sempre altrove anche quando era fra loro. Tre uomini: l’uno maturo, uno adulto (Jonah, appena padre a sua volta) e uno adolescente (Conrad, introverso e geniale). Nessuno di loro ha fatto i conti con il passato, nessuno ha capito. Ognuno s’è costruito il suo mondo fittizio, ha cercato e trovato il proprio schermo contro il dolore. Per il padre una nuova relazione, clandestina (l’insegnante di Conrad) e quindi marginale. Per Jonah gli zelanti studi universitari, ed una sua famiglia in cui si muove spaesato, ben poco coinvolto. Chi soffre di più è invece Conrad, che si ingozza di sparatutto iperealistici al computer, chiuso nella sua stanza e chiuso al mondo, in primis al padre, mentre in fantasia rielabora senza fine gli ultimi istanti della madre.
Forzati a ripercorrere la vita (e l’opera) della madre fotografa, in preparazione di una grande mostra monografica e di un editoriale commemorativo (che minaccia di pubblicare scomode verità), padre e figli rovistano nel caotico archivio degli inediti così come nei sottintesi mai chiariti d’una vita passata altrove, nelle prime linee di guerre e tragedie, lasciando a loro le retrovie.
Tra le interviste raccolte e i ricordi personali, emerge il ritratto di una donna geniale, ambiziosa, coraggiosa, sempre pronta a mettersi in gioco: sempre altrove, mai con la sua famiglia. E loro, rimasti soli ben prima della sua scomparsa, hanno imparato a vivere senza.
Sei una grande foto-reporter, sei ambiziosa, spericolata, e la cosa più importante per te, la più adrenalinica, è rischiare – per una foto – di perdere la tua vita: ma hai già perso, hai perso  i tuoi affetti, ormai da sempre la tua famiglia non ha davvero bisogno di te, vivono senza di te perché hanno dovuto imparare a farlo.

Geniale ed empatica nel suo lavoro, lucida e determinata a a riconoscere e rispettare le emozioni dei soggetti dei suoi reportage, non è capace di gestire e riconoscere le emozioni della sua famiglia, ed è questa la sua maledizione, una nuova Cassandra.
In fondo non succede molto, in Segreti di famiglia,  anche perché tutto quel che conta è già successo, è ormai un passato sospeso tra i flashback sgranati e le lampeggianti fantasie adolescenziali (di Conrad). Eppure c’è una grande tensione, lo si guarda senza mollare, per capire come va a finire.  E il suo punto d’arrivo, raggiunto con umanità, è un semplice, minimo dialogo (ma davvero intenso) tra padre e figlio (minore: Conrad quindi, che sarà il vero responsabile del cambiamento), la cui “verità”, per forza e semplicità ci ricorda molto, l’ultima, ultimissima scena de “L’impero del Sole” (1987, Steven Spielberg, dal romanzo di James Graham Ballard).
Parla di noi e per noi, questa semplice storia, raccontata con misura e molta umanità, alternando linguaggi visivi differenti (interviste, materiali  d’archivio; e poi le fantasie, i sogni a occhi aperti di Conrad; e i ricordi, forti anche se un po’ sgranati). Parla di quel che è la perdita, il dolore, la comprensione, il perdono. E lascia molta malinconia, e speranza.
Molto rispettoso dei suoi personaggi, il film suggerisce e non dichiara, invita e non impone: le loro emozioni, le loro contraddizioni, le loro aspettative. E riesce a infondere poesia e lirismo in ciò che ci mostra, che sia il drammatici bianco e nero dei reportage di Isabelle, o le allucinazioni iperrealiste di Conrad (che in alcuni passaggi ricordano il quotidiano banale e fantastico de “Il favoloso mondo di Ameliè”, 2001, di Jean Pierre Jeunet). Grazie ad un cast letteralmente eccezionale: per sensibilità, misura, passione. E ad una regia… semplicemente lieve, onesta.
Assolutamente da vedere, per poi tenerlo in sé, per quei momenti lì

Voto: 9

Davide Benedetto