Strane Straniere

07/03/2017

di Elisa Amoruso
con: Radoslava Petrova, Sihem Zrelli, Ana Laznibat, Ljuba Jovicevic, Fenxia “Sonia” Zhou

 

Strane straniere è un documentario di Elisa Amoruso, presentato all'ultima Festa di Roma nella sezione Alice nella Città | Kino Panorama Italia.

Scrittrice, sceneggiatrice, regista, già autrice nel 2013 di Fuoristrada – premiato con la menzione speciale nella sezione Prospettive alla Festa del Cinema di Roma – Elisa Amoruso racconta in Strane Straniere le storie di Ana, Ljuba, Radi, Sihem e Sonia: cinque donne arrivate in Italia, spinte a lasciare il proprio Paese per ragioni diverse, ma accomunate dall'essere riuscite a dar vita a un’attività lavorativa, reinventandosi in una nuova realtà. Distanti per esperienza e provenienza, le unisce l’essere straniere. Tra lavoro, famiglia e relazioni, le loro storie si intrecciano per mostrare cosa significhi provare a costruire un’identità in un'altra Nazione.

Zhou Fenxia, per tutti Sonia, è la proprietaria di uno dei più popolari ristoranti cinesi della capitale. Legata alla tradizione del suo Paese, prepara i festeggiamenti per il giorno della Festa di Primavera, in Occidente meglio nota con il nome di Capodanno Cinese e, per l'occasione, come suggerisce la sua cultura, pratica i rituali propiziatori a favorire l'arrivo della buona sorte. La donna confessa il fatto che il marito abbia fatto perdere le proprie tracce, durante il suo ultimo rientro in Patria, facendole persino pervenire una richiesta di divorzio. Ricomparso dopo due anni senza dare spiegazioni alla moglie, Sonia lo accoglie e spera che l'osservanza dei riti possa proteggere il futuro della loro unione.
Sihem è tunisina, ha fondato ad Aprilia un'associazione di volontariato, attraverso la quale si sforza di prestare aiuto al difficile processo di integrazione dei musulmani in Italia. L'attività dell'associazione che, negli intenti della sua fondatrice, vuole essere un sostegno umanitario per quanti si trovino in difficoltà, anche se non arabi, la rende spesso invisa alla sua stessa gente.

Radi ha lasciato la Bulgaria per un amore che si è rivelato una trappola. In Italia ha scoperto la passione per il mare, affrontando inizialmente il difficile lavoro della pesca in mare aperto. Successivamente ha costituito una cooperativa di sole donne, specializzata nella preparazione di salse di pesce.
Infine, Ana è croata e Ljuba, nome che nelle lingue slave significa “Amore”, è serba. Gestiscono una piccola galleria d'arte nel centro storico di Roma. Entrambe sono arrivate in Italia da jugoslave, poi la guerra ha cambiato le loro nazionalità. Si sono incontrate per caso, e il legame che ne è nato le ha rese inseparabili.

Nella visione di Strane straniere, malgrado il progetto della regia sia quello di condurre lo spettatore direttamente nella narrazione intrecciata del vivere quotidiano delle cinque protagoniste, le riprese creano sequenze a tratti stridenti, cadenzate da un dialogato poco più che enunciativo. Anche il montaggio in parallelo delle diverse storie rimane inefficace, seguendo il criterio troppo basilare del cambio di ritmo tematico.

Oltre l'analisi formale, sul piano dei contenuti, in Strane straniere tutto è prevedibile: lo sguardo ammiccante al tema dell'integrazione degli immigrati, che è valso ai realizzatori della pellicola il prezioso contributo economico del MiBACT; l'eterna rivendicazione al femminile, quando l'inversione dei ruoli che va compiendosi nelle cosiddette società progredite ci mostra vieppiù un maschio tristemente femminilizzato e parte debole del rapporto; infine la dinamica interna alle stesse storie.

Tutt'altro che “strane”, le donne di cui si raccontano le esperienze in questo film ripropongono alcuni tra i più frequentati cliché sull'immigrazione. Sonia, successo economico a parte, è in definitiva una donna della comunità cinese di Roma, parla un simpatico ma affatto inesatto italiano, esibisce un'interpretazione naïf dell'abbigliamento occidentale, ha una concezione totalmente confuciana del matrimonio, che è ordine e non consacrazione di reciproci sentimenti. Analogamente Sihem, che pure vorrebbe portare sotto il vessillo dei diritti umani taluni disagi comuni a italiani e stranieri, è essa stessa vittima inesorabile di un conflitto tra valori morali e religiosi di cui in Italia, come nel resto dell'Occidente, non si vedono cenni di una possibile composizione, creando per converso tensioni che oscillano tra l'esasperazione e l'imbarbarimento del tessuto sociale.

Per un ossimoro interno all'assunto di partenza, il film non centra l'obiettivo: in fondo le straniere non sono così “strane” come si vorrebbe, e dunque non esorbitano dallo stereotipo della problematicità di una assimilazione piena. Ciò è impresso nel documentario, a dispetto del progetto antropologico che lo ha ispirato, ovvero provare che l'integrazione è infine possibile qualsiasi sia la cultura nazionale di provenienza e il livello di coscienza che se ne possiede.

Fortunatamente, però, Ana e Ljuba sono diverse e salvano, loro da sole, la pellicola. Si sentono jugoslave e decidono ostinatamente di continuare a esserlo – malgrado la dissoluzione della Repubblica Federale Socialista di Jugoslavia sia da tempo definitiva – per non affrontare una diversità che, inaspettatamente, le completa. Se Ana è mitteleuropea, donna colta e indipendente, Ljuba è quintessenzialmente serba, una slava dell'area culturale orientale d'Europa. Come riporta lo storico Pirjevec nel suo Il Giorno di San Vito, quando nel sesto secolo d. C. gli slavi del sud si insediarono nei Balcani, vi trovarono una frontiera antica già di due secoli: quella tra l'impero d'Oriente e d'Occidente, una cesura non solo amministrativa, quanto culturale e religiosa, che delimitava due opposte sfere di influenza, i cui centri erano Roma e Bisanzio. I croati e gli sloveni che si stanziarono a occidente di quella linea accettarono il cristianesimo nella declinazione romana, entrando per tal via a pieno titolo nella cultura europea occidentale. I serbi, insediati a oriente di quella frontiera, furono attratti invece nella cerchia culturale di Costantinopoli e di quella che dopo lo scisma del 1054 sarebbe divenuta la Chiesa Ortodossa.

Ana e Ljuba si riconoscono al primo incontro, ciononostante anche tra loro passa una linea che segna due diversi modi di essere. Ljuba è serba, ovvero “orientale”, anzitutto nella condizione di donna, ha una femminilità volitiva e una vitalità fisica che non ama la magrezza senza nulla togliere all'estetica, ma soprattutto lei è serba nell'alto grado di consapevolezza della propria nazionalità.

Nella conferenza che ha fatto seguito alla presentazione del documentario alla stampa, Ljuba con ironiche notazioni critiche nel suo perfetto italiano, ci ha riportato nella Belgrado di Tito, quando il 25 maggio di ogni anno si celebrava con varie esibizioni la Giornata della Gioventù. Oggi la residenza di Tito è diventata un museo vagamente desolato e desolante, per raggiungere il quale occorre percorrere un lungo viale fiancheggiato da due edifici bombardati dalla NATO, che si ergono come carcasse di giganteschi animali sventrati da avvoltoi, a ricordare che le rivendicazioni identitarie di ogni nazionalità, maggiormente se dominante come quella serba, pretendono di essere rispettate, senza manipolazioni strumentalizzanti da parte di poteri esterni.

Recita un adagio che ben esprime la forza e la fierezza di questo popolo: “Parla serbo e il mondo ti capirà”. Però qui si entra in un altro discorso, che, ci spiace dirlo, nel documentario della giovane regista non è dato neanche sullo sfondo rinvenire.

 

Voto: 6

Annarita Mavelli