Suburbicon

04/12/2017

di George Clooney
con: Matt Damon, Julianne Moore, Oscar Isaac, Noah Jupe

Suburbicon, ovvero un normale incubo di provincia americana.
Dall’inizio alla fine, senza un attimo di requie, senza (quasi) un filo si speranza, vediamo crollare insieme, da un lato il mondo normale e perbenista dei bianchi benestanti di Suburbicon, travolto dall’arrivo della prima famiglia di colore. Dall’altro il mondo contorto di Gardner Lodge e della sua famiglia, tessuto delle sue trame, dei suoi intrighi mediocri e gretti, minato da correnti sotterranee di violenza.
Nicky, il figlio undicenne, è il testimone inconsapevole di entrambe le vicende: assiste impotente all’omicidio (apparentemente accidentale) della madre, subisce la presenza della zia gemella che cerca di prenderne il posto poco a poco, sempre più allontanato dal padre, invischiato nelle sue trame, mentre affianco, nel villino dei Mayers, si scatena l’inferno razzista dei residenti, che in un crescendo di violenza bieca e cieca cercano di respingere i nuovi arrivati neri.
Suburbicon viene definito, forse impropriamente, una “dark comedy”: certamente è un film molto curato, nella sceneggiatura, nella ricostruzione scrupolosa dell’ambientazione Anni Cinquanta (l’episodio razziale  a cui parte della storia si ispira, è realmente accaduto nel 1957), nel ritmo.
E poi: i personaggi sono tutti credibili e le interpretazioni – tutte – magistrali, non c’è una sbavatura, non un eccesso. Proprio per questo funziona in perfetta coerenza con il suo obiettivo: rappresentare la normalità della follia. Peccato che non fa ridere (quindi non è una “comedy”): angosciante nel suo lento scivolare nella follia, drammatico nella rappresentazione, prima allusiva e poi esplicita, dell’avidità, del cinismo e del razzismo, disperante nella successione di morti insensate. Ma non è divertente, mai.
 È sconcertante, inizialmente, il tono adottato: non c’è parossismo, non c’è enfasi. Eppure succede di tutto: avvelenamenti, accoltellamenti, tradimenti, abbandono del figlio. Da una parte. E dall’altra invece la persecuzione dei neri, l’umiliazione quotidiana della famiglia Mayers e poi le palizzate alzate per non vederli, e quando tutto questo non basta, l’assedio al villino, i sassi, le bandiere sudiste e l’auto incendiata.
Ma lo sguardo (del film) rimane distaccato, obiettivo, quasi freddo. Si vuole – evidentemente – con questo tono ribadire quanto tutto ciò possa essere in fondo normale: nel senso che questa è solo una delle possibili storie sotterrate, nascoste, celate dalla nostra apparente normalità. Come tutto ciò possa in fondo essere considerato normale.
E a questo clima, che non è surreale perché non c’è per contrasto un piano di realtà credibile, contribuisce (e forse fornisce la cifra interpretativa) il monologo dell’investigatore delle assicurazioni, l’unico che abbia la visuale effettiva di cosa diavolo sta combinando Gardner Lodge, e che, cinicamente, cerca di ritagliarsi la sua fetta.
Dire che “Suburbicon” mi è piaciuto, no, non me la sento. Ma certo è un film di perfezione quasi assoluta, è a suo modo una testimonianza, uno spaccato umano decisamente lucido, e mi ha colpito molto. Non per questo mi sento di consigliarlo.

Voto: 8

Davide Benedetto