Sully

05/12/2016

di Clint Eastwood
con: Tom Hanks, Aaron Eckhart, Laura Linney

Sarà per la presenza di Tom Hanks (intenso e straordinario, va detto subito) ma se vi avessero fatto indovinare il regista di Sully avreste più facilmente detto Spielberg che Clint Eastwood. Sembra che il vecchio leone abbia perso un po’ del suo ruggito e dopo la meravigliosa uscita di scena di Gran Torino si sia fatto tentare dalla retorica. Da allora altri 6 film, tutti buoni o addirittura ottimi, ma mai memorabili, come se il periodo d’oro della violenta commozione (Million Dollar Baby, Mystic River, Lettere da Iwo Jima, Gran Torino), si fosse spento insieme a quella componente nera che gli conferiva la forza della desolazione. Un’energia straordinaria per l’86enne regista che lascia comunque sempre la sua impronta, e che negli ultimi anni ha virato sulla scelta di episodi di storia recente e suoi protagonisti da raccontare (qui potremmo dire addirittura di cronaca perché il film mette in scena un fatto del 2009) con ricostruzione meticolosa e insieme con fantasia visiva, ma l’impressione è che il tempo lo abbia reso più tenero, più difficilmente riconoscibile nel cantore della fine del vecchio West per cui non esistevano innocenti.
Tutto ciò premesso, Sully resta un gran film per la prospettiva intimista da cui racconta l’eroismo. Uno dei temi ricorrenti nell’opera del regista e mai narrato in modo trionfale, concentrandosi piuttosto sui dubbi e le contraddizioni di chi è inneggiato ed innalzato al ruolo di eroe. Così dopo American Sniper con Sully Clint Eastwood passa a dipingere un eroe comune, uomo ordinario che compie un’impresa straordinaria, e che dopo aver salvato 155 vite viene messo sotto processo.
Il pilota Chesley Sullenberger ha compiuto un ammarraggio impossibile sul fiume Hudson, salvando tutti i passeggeri del volo, ma mentre l’opinione pubblica ne esalta l’impresa, il National Transportation Safety Board indaga sulla possibilità di evitarla e sul rischio della sua decisione. In mezzo c’è l’uomo, stordito dai postumi del gesto compiuto, dalla paura della morte che riaffiora nei sogni, dal dubbio. Ed è il fattore umano che la freddezza della commissione d’inchiesta non considera, la capacità di calcolare in pochi secondi una soluzione, affidandosi al proprio istinto e alla propria esperienza.
Il film ricostruisce l’episodio in flash back, rivissuti dalla mente del protagonista, ne fa sentire il rombo, l’impatto, la paura, portandoci direttamente nella cabina di pilotaggio. Ne fa sentire il ricordo, l’incubo, il terrore di ciò che avrebbe potuto accadere (lo schianto della sequenza iniziale), lo smarrimento, mettendo in contrasto la figura di pilota eroico con quella di uomo in crisi. Confrontandosi con il suo co-pilota (Aaron Eckhart), che diversamente gestisce la confusione traumatica aggrappandosi a un umorismo beffardo, Sully appare come un uomo che ha svolto il proprio lavoro e si sente a disagio nei panni in cui si è ritrovato. La visione si alterna dunque tra l’aereo in pericolo e l’uomo che lo ha salvato, spinto a forza sotto i riflettori.  Ed è in questa parte che il film veramente decolla.
Tom Hanks, con un’interpretazione da Oscar, incarna alla perfezione un uomo smarrito tra chi lo vuole eroe e chi colpevole ed è l’anima del film. E’ la retorica finale, salvata solo dalla battuta di chiusura del co-pilota, che rende perplessi anche noi e il far comparire nei titoli di coda il vero Sullenberger e i veri passeggeri ci riporta a quella sensazione “spielberghiana”.

Voto: 7

Gabriella Aguzzi