Tokyo Love Hotel

25/06/2016

di Hiroki Ryuichi
con: Shota Sometani, Atsuko Maeda, Lee Eun-woo

Una giornata particolare nella vita di Toru giovane direttore dell’Atlas, anonimo love hotel di Kabuchiko, il quartiere a luci rosse di Tokyo, né meglio ne peggio di tante altre, altrettanto anonime, alcove a pagamento. Sullo sfondo di una routine del sesso, organizzata e riservata, s’incrociano e si scontrano le storie tragi-comiche di coppie vere e finte, al capolinea dei sentimenti o appena –inaspettatamente – cominciate, clandestine quasi sempre, banali mai, in una galleria di personaggi improbabili ma insieme molto prevedibili.

Indolente e indifferente alla sua vita affettiva non meno che alle vicende e agli incidenti professionali del love Hotel Atlas che svogliatamente gestisce, Toru è testimone privilegiato degli incroci, degli scontri e delle fughe d’amore che il caso e la necessità conducono tra le colorate e accoglienti stanze dell’albergo.
Quasi un catalogo di situazioni grottesche e paradossali, una continua scoperta di come, confusamente e spesso contraddittoriamente, uomini e donne si trovino a (mal)gestire amore, e sesso, di come si incontrino e si scontrino a letto (o nella doccia, nella vasca da bagno, e così via via re-inventando l’ovvio) senza conoscere e riconoscere le proprie e le altrui aspettative, e i bisogni che per un breve momento ed in mancanza di meglio li portano a condividere corpi e orgasmi, per poi catapultarli (quasi sempre) di nuovo lontani, gli uni alle altre inaccessibili (e viceversa).
Lo stile del racconto è, tutto sommato, minimalista, a tratti lirico ma più spesso distante: i sentimenti sono sotto traccia, non sottintesi, ma nascosti, protetti adombrati. C’è una continua accidentalità, casualità, non solo nelle circostanze, nelle situazioni rappresentate, ma anche nello sguardo ad esse rivolto. Non è certo Feydau, dunque, e rispetto ai nostri standard culturali e cinematografici la narrazione ne risulta fredda, depotenziata: qualcosa si perde, dello humour e del grottesco di certe sorprese, dell’amarezza dei tradimenti come della poesia e del lirismo di certe scoperte.
Forse perché l’occhio narrante è, tutto sommato, quello del depresso e abulico Toru, forse perché in fondo, uomini e donne, siamo davvero così: tra amori arrangiati e maldestri, fughe clandestine che si sgonfiano post-coito, perversioni da corridoio più ridicole che morbose, raro avviene che si possa dare spazio ai sentimenti, alla poesia, alla generosità. Il bisogno e la paura ci avvicinano, altre paure, a volte più potenti, ci allontanano.
Così, nel film (ma anche nella realtà), la meccanizzazione del sesso, l’efficientamento della prostituzione, la normalizzazione della trasgressione, finiscono per travolgere anche la capacità di – semplicemente – amare: cioè fare progetti, immaginarsi con l’altro/a, dedicarsi a lui/lei. Non a caso i momenti che rimangono, le storie che spiccano, son quelle dove c’è il sacrificio, lo slancio, il perdono. E per tutti ci vorrebbe un po’ più d’onesta, in primis con se stessi.
Alla fine Toru, finalmente riscosso dalla sua apatia, suona l’allarme nel corridoio: e tutto sembra fermarsi, si tirano le somme, si ricomincia. Qualcuno ha vinto, i più hanno perso: gli uni ritrovano la loro libertà, insieme, gli altri ricominciano a vivere le proprie quotidiane frustrazioni, incapaci di andar oltre. Tutti però abbandonano Kabochiko (Sayonara Kabukicho è il titolo originale) lasciandosi in un modo o nell’altro alle spalle l’accaduto.

Voto: 7

Davide Benedetto

Tokyo Love Hotel (“Sayonara Kabukichō”) è l'ultima fatica di Ryūichi Hiroki ed è stato presentato al Far East Film Festival di Udine nel 2015. Il regista nipponico viene dal pinku eiga: quelle pellicole soft-core che ebbero un enorme successo nell'Arcipelago negli anni '60, il vero marchio di fabbrica della casa di produzione Nikkatsu. Dunque, Hiroki e il sesso sono bene in sintonia. Autore abbastanza apprezzato in Patria (classe 1954), finalmente lo possiamo conoscere pure in Italia, grazie a una commediola come questa, con poche pretese e stilisticamente anonima, ma che lascia sicuramente “riempiti” alla fine della proiezione. Certo, magari quello di Tokyo Love Hotel è un racconto apparentemente naïf, ma lo è solo per chi di Giappone mastica poco.   

Kabukichō (歌舞伎町) è un quartiere a luci rosse di Tōkyō, situato all'interno di Shinjuku. Qui vi è una alta concentrazione di love hotel, night club, bordelli e locali per adulti. Ma cosa sono questi love hotel? È fondamentale capirlo, anche perché tutto il film è incentrato proprio su uno di questi. Brevemente, sono degli alberghi sì, ma dove si va esclusivamente per fare sesso. Sia chiaro, non bisogna assolutamente confonderli con una specie di casa di tolleranza camuffata. In Giappone, differentemente che da noi, è inconcepibile avere dei rapporti intimi in macchina; come del resto non li si può consumare nella propria cameretta presso la casa dei genitori. Ragion per cui, sono stati creati questi luoghi, i love hotel per l'appunto, dove recarsi per fare sesso nella più totale riservatezza. Ci vanno gli innamorati, come i clienti delle prostitute. Puliti, silenziosi e discreti questi alberghi “speciali”... insomma, giapponesi!
Il lettore che, bontà sua, ci legge da tempo avrà notato che abbiamo parzialmente abbandonato quella nostra gravità crociana nel modo di scrivere di cinema. La pellicola di Hiroki incoraggia a tenere il “cuore leggero”, ma, come vedremo, non la mente. Sesso, umorismo, tanta speranza, questi sono gli elementi che connotano il film. Tutto si svolge nell’arco di un giorno e di una notte a Kabukichō, davanti allo sguardo stralunato e rassegnato del giovane Tōru, che lavora dentro l'hotel Atlas, che funge da palcoscenico per questa opera corale, popolata di personaggi tutti al limite: amanti clandestini, ragazze fuggite di casa, finti talent scout, attrici porno, escort malinconiche, donne delle pulizie; ognuno dei quali finge nella vita di tutti i giorni di essere diverso da quello che è quando varca le porte dell'Atlas.
Mentre si guarda rilassati Tokyo Love Hotel, sembra quasi di stare all'interno di uno dei libri di Haruki Murakami. Non è un caso, forse, che il protagonista del suo celeberrimo romanzo Norwegian Wood (1987) si chiami anche egli Tōru e, alla stregua di quello del film di Hiroki, funga da “lente di ingrandimento” su di una Umanità in fuga, in un Giappone spersonalizzato, ma pur sempre avvincente. Come anche la location (l'hotel Atlas) tanto ricorda il mitico Dolphin Hotel di un altro bellissimo romanzo di Murakami: Dance Dance Dance (1988). Se un film, per quanto “leggero”, richiama emozioni presenti in un autore come Murakami, che, malgrado abbia la insopportabile tendenza ad annullare la propria matrice culturale nelle sue storie, è comunque capace di raccontare, alla fine la pellicola in questione così frivola non può essere. Infatti, in essa si prende di petto la contemporaneità del Giappone, attraverso continui riferimenti alle problematiche che affliggono oggi la società dell'Arcipelago: la forte e dinamica immigrazione coreana, le conseguenze del Disastro di Fukushima dell'11 marzo 2011, nonché la fine, persino da loro, del cosiddetto welfare. Vi è altresì una armonia tra interni ed esterni e un suggestivo rispetto della unità aristotelica del “tempo”.

In sintesi, Tokyo Love Hotel è un'opera “simpatica” e, come abbiamo evidenziato, sotto alcuni aspetti persino intelligente. Piacevolmente autoriale la scelta di utilizzare un albergo come centro della narrazione: un luogo vuoto, senza una propria anima, che si riempie di quelle di chi lo abita per periodi brevissimi, per poi risvuotarsi e così via. In modo assai spensierato, Ryūichi Hiroki affresca uno spaccato assolutamente veritiero e coraggioso del suo Paese. La “Decade Dimenticata” (失われた10年,  “Ushinawareta Jūnen”), creatasi dopo la crisi della “Bolla Immobiliare” di fine anni '80, ha segnato il Giappone. Non più la seconda potenza economica al mondo dopo l'Impero Americano. I figli del Sol Levante si sono smarriti, per ritrovarsi poveri, e nulla è ormai garantito. Il Premier “duro e puro” Shinzō Abe sta tentando di ridare un ruolo internazionale alla sua Nazione, ma sino a quando il Giappone insisterà nell'essere il “giocattolino asiatico”, insieme alla Corea del Sud, degli statunitensi, ciò non sarà possibile. Un plauso dunque a Hiroki, che fa notare, ad esempio, come senza l'assicurazione sanitaria non ci possa più curare nell'Arcipelago. Assicurazione sanitaria privata, non ci ricorda forse qualcosa?

Voto: 6,5

Riccardo Rosati