Wajib

08/04/2018

di Annemarie Jacir
con: Mohammed Bakri, Saleh Bakri

Wajib, della regista e poetessa Annemarie Jacir, con Mohammad Bakri e Saleh Backi, è un film che racconta come a volte l'ideologia si sposi (anche letteralmente!) con le costellazioni familiari. Perché la diaspora tra ribellione e rassegnazione nella storia palestinese mette radici persino nei meccanismi complessi del registro degli affetti tra padre e figlio, imprigionandoli in un confronto talvolta impietoso e duro tra chi, pur giovane, vuole che il passato prossimo della ribellione all’occupante si riproduca nel presente e chi, da uomo anziano, vive con dolce rassegnazione il tempo dato.  Triste, certo, ma forse inevitabile per le vecchie generazioni assecondare il principio di realtà su cui si accomoda la saggezza dell’esperienza, che depone l’utopia per la mera sopravvivenza nelle condizioni date e per le ragioni solidissime della conquista del pane quotidiano di chi è rimasto da solo con due figli da crescere. Il set, in definitiva, è una vecchia Volvo su cui i due si spostano di continuo per andare a consegnare gli inviti di nozze di Amal, sorella di Shadi, a parenti e amici. Dal punto di vista tecnico, sonoro e immagini (la più parte del tempo concentrate sui primissimi piani di padre e figlio, che sono tali nella finzione come nella realtà!) ci restituiscono con una naturalezza stupefacente fatti, accadimenti e profili dei vari personaggi, in cui nessuno in realtà è superfluo o riempitivo.

Al contrario, le singole persone o i gruppi compositi, l'interno come l'esterno delle loro case funzionano da tessere fondamentali per la composizione a mosaico del disegno della narrazione, che solo a un primo sguardo del tutto superficiale può apparire frammentaria e sincopata. Ad un'analisi più approfondita, invece, il tutto appare nella stessa complessa, equilibrata composizione dei vecchi centri urbani d'Italia e della Old Europe e di un Medio Oriente pacificato ormai scomparso, in cui il ruolo fondamentale e insostituibile è svolto dalla così detta edilizia minore, quella umile, popolare e più di rado nobiliare che assedia e circonda vecchi monumenti e piazze, in base a un'armonia spontanea ormai completamente perduta in questa epoca della più arida e antiestetica, antiedonistica tecnologia del cemento armato. E questa atmosfera impagabile dell'antico borgo, delle sedute degli anziani e delle anziane, del loro discorrere sugli usci delle case allineate alla strada, riecheggia sia nei dialoghi che nell’ambientazione urbana, con il suo circo di personaggi, arredi urbani e ordure maleodoranti e onnipresenti allineati in cumuli desolati lungo vie e piazze, che una municipalità palestinese assai male in arnese non riesce a raccogliere.

Tutto intorno ai due protagonisti si miscelano in modo disarmonico e anti ironico i vissuti della Nazareth araba con quelli divisi, inarticolati, blindati allo sguardo e alla compenetrazione, dei nuovi insediamenti ebraici che nascondono la loro umanità separandosi fisicamente dagli scomodi concittadini non israeliani. La parola “vicino” è l’elemento dirompente e contraddittorio che separa l'arida ragione di stato (ovvero, la sopravvivenza di Israele) dalla carnalità del piacere ludico e rilassato, derivato dal dominio incontrastato del “Logos”, cadenzato sulla narrazione delle storie di famiglia e della comunità allargata, tipica di una società ancestrale saldissima e indissolubile nelle sue tradizioni millenarie che gli altri, i “conquistatori”, per forza di cose non hanno. L'essere arabo palestinese, cristiano o musulmano, significa infatti avere radici e avi che risalgono indietro di centinaia di generazioni, mentre essere "ebreo" ha a che vedere esclusivamente con un credo religioso e, quindi, possiede un'estensione interetnica, interlinguistica e multiculturale che va nel senso esattamente opposto a quello di una comunità chiusa e tradizionale.

Qui (e in questo il film è davvero un piccolo capolavoro di ambientazione!), seguendo l'antica tradizione araba, si fa l'ingresso in un mondo cristallizzato in cui ogni parola, ogni gesto è solennizzato: l’Altro è sempre colto in tutti i suoi aspetti poliedrici, in base ai suoi legami di parentela e di amicizia, ai suoi gusti e alle sue speranze. Il dire assecondando l’umore e le convinzioni dell’interlocutore non è un mentire, ma accendere una speranza di ciò che sarà o potrà avvenire. Così il figlio Shadi, architetto naturalizzato italiano che convive con una compagna figlia di un ex alto responsabile dell’Olp, crocifisso al mito e alla frustrazione di una rivoluzione palestinese finita nel sangue e nei massacri di nemici e amici storici, soprattutto arabi, si ribella con tutte le sue forze a un vissuto paterno e familiare che ormai gli sfugge e del quale non riesce a controllare più nulla.

Perchè Abu Shadi è un padre divorziato, abbandonato con due figli adolescenti, un maschio, Shadi, e una femmina Amal, da una moglie fuggita in America con il suo amante. Tutto è fuoco in quel suo ricordo: una ferita mai rimarginata del tradimento coniugale in una società molto più aperta e moderna come quella palestinese, rispetto all’oscurantismo waabita della vicina Arabia Saudita, in cui le donne sono completamente sottomesse all’uomo. Qui, si vedono figli laureati (quasi tutti!) che vivono un’esistenza perfettamente laica, anche se le striature rosso sangue di Daesh affiorano a tratti come lampi in un cielo rasserenato, presenti altrettanto fugacemente  nella prospettiva dei rapidi dialoghi di persone appena sfiorate, nella interminabile giostra della consegna degli inviti matrimoniali, con Abu che commette un errore madornale nella data delle nozze scaricando tutte le colpe sul tipografo. E malgrado che Shadi, per l'occasione, sfoderi la spada della polemica per difendere l'onore e la parola del padre, Amal lo riporta con un solo gesto e colpo d’occhio alla regola del rispetto incondizionato dell’autorità paterna, alla quale si indulge anche quando sbaglia.

Ma il dramma autentico, che come una sottile rete d'acciaio imprigiona lo sguardo dell'osservatore, è la furia intollerante di Shadi nei confronti dell’amicizia che il padre nutre verso un israeliano (considerato dal figlio un agente dei servizi segreti), sorta di controllore scolastico di Abu che confida in lui per la promozione a preside. Perfino un cane investito involontariamente da Abu può creare più problemi della vittima palestinese di un pirata israeliano della strada. Poi il circo incredibile di cose, persone e ambienti che sfila nella transumanza tra case e relative situazioni familiari, lasciando intravedere il tessuto relazionale in cui riecheggia il dolore, reso muto dalle circostanze, delle comuni sofferenze di molti decenni trascorsi. Tutto si consuma in fretta nei pochi minuti di visita: sesso, ricordi di avventure passate, storie sospese ma intrecciate come fili di paglia facili a prendere fuoco se avvicinati troppo alla fiamma della passione e della nostalgia.

Poi c'è lei, la macchina Volvo vecchia di trenta anni ma insostituibile, che ha trasportato sogni di famiglia, prime esperienze di guida, piccoli incidenti del giovane Shabi assolti grazie alla complicità materna. Colpisce il loro dialogare antico quasi sottovoce, in quello stretto abitacolo che fa da culla linguistica. Il "vicino" nel mondo palestinese è davvero un tesoro umanamente prezioso, dove la prossimità fa rima con complicità e condivisione, in cui un appoggio precario diviene un tavolo Luigi XVI. Poi, tanti caffè per un risveglio che non arriva mai. La prova del vestito da parte di una sposa che indossa metaforicamente la sofferenza dell’assenza dello sguardo di madre che, lontana in America, si sottrae all’istante per lei figlia più prezioso e più complice di sempre.

L'irrequietezza di Shadi, infine, che non ha pace e muove le sue ali di falco per combattere idealmente l’occupante con le stesse armi della vendetta e della paura. Un figlio che non tollera l'apparente sottomissione del padre per aver accettato quella sua condizione di vinto, pur di restare nella culla nazarena e invecchiare assieme ai suoi amici di sempre e ai loro pochi figli che rimangono accanto ai genitori senza patria, al contrario degli altri riparati in una nazione adottiva pur di sopravvivere. Zie e zii a decine, forse centinaia in un gioco complesso e sofisticato di apparentamenti che fanno di Wajib un film indimenticabile.

Voto: 8

Maurizio Bonanni