Le Confessioni

11/01/2017

di Roberto Andò
con: Toni Servillo, Connie Nielsen, Johan Heldenbergh, Daniel Auteuil, Moritz Bleibtreu, Pierfrancesco Favino, Marie-Josée Croze, Richard Sammelò.

Casualmente sono stato attirato da questa ultima fatica di Servillo vestito da monaco certosino. La Grande Bellezza mi aveva lasciato parecchio amaro in bocca con un desiderio però di dare altre possibilità all’attore. Il film è 100 minuti di morale, di teatro e di rimandi a Sorrentino con ambientazioni da politica lussuosa. Le lunghe inquadrature, le luci curate fino alla morbosità, le solite piscine e i soliti bagni turchi danno quel senso di conosciuto che è imprescindibile per l’adescamento di un pubblico dubbioso.
Una possibile pecca: manca il sottofondo musicale. Le possibilità che si presentano sono due: si sono completamente dimenticati di una parte fondamentale di qualsiasi pellicola cinematografica – e dubito fortemente avendo avuto, la pellicola, Piovani come responsabile della colonna sonora – oppure hanno voluto omaggiare indirettamente la scelta fatta dal protagonista. Il silenzio come ultima forma di libertà applicata alla cinematografia. Propendo per la seconda valutandola estremamente positiva.



La trama ha una forte struttura: un giallo mascherato da attualità economico-politica che cerca un confronto con l’Eterno. Il monaco ovviamente rappresenta il sapere millenario della chiesa, tutto il resto rimanda alla quotidiana, laica e capitalistica società. Anche la “Predica” finale al funerale è densa di contenuti e non rischia, per coloro veramente attenti, di sfociare nella solita retorica del disfacimento. In realtà Servillo cita, a modo suo, e secondo la sua spiritualità, quella parte di Vangelo che castiga il mero accumulo capitalistico. Parole difficilmente udibili al di fuori dei noti (sani) contesti. Ovviamente il film non vuole esaurire questioni di magistero, o di ortodossia inerenti al catechismo cattolico, quindi inutile soffermarsi su alcune “dichiarazioni” del monaco in tema di grandi quesiti umani. Per quello c’è il Papa, quello vero. Si lasci correre questo aspetto e lo si ritenga un buonissimo tentativo di coniugare disperata e misera quotidianità umana coi comandamenti del buon Dio.

Il ritmo invece è lento, come tutti quei film che mirano a lasciare qualche sensato e profondo messaggio al pubblico senza però mai avere crude e significative inquadrature di vera azione. Qui le dietrologie con Sorrentino, e tutto quel filone di registi italiani completamente inchinati al contenuto piuttosto che alla forma hollywoodiana, si sprecano. Solo un esempio: il discorso Servillo-Favino dura più di tre minuti. Anacronistico per la maggior parte di film sfornati oggi.

Insomma, si guarda col pensiero, non di certo con gli occhi anche perché, il crimine, non viene risolto. Inutile arrampicarsi su possibili soluzioni improvvisate sia sul passato, che sul presente oppure sul futuro del film. Il passato viene presentato a flashback continui, il presente è narrazione attraverso gli occhi del monaco ed il futuro si conclude con una restrizione circolare dell’inquadratura.
Un consiglio: focalizzatevi sul contenuto, che è molto.

Voto: 8

Francesco Cantù